Carlo Righetti. (alias Cletto Arrighi).
...
.
...
UN SUICIDIO MISTERIOSO.
...
.
...
1883. Guigoni Editore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Nel rievocare il suo ultimo incontro con una coppia di innamorati che conosceva di vista, il narratore ricorda il riso della fanciulla, ma anche il sentimento di invidia provato allora, per la giovinezza, la bellezza, la felicit dei due. Lindomani, dice di aver letto con grande stupore su un quotidiano che uno di loro, solo poche ore dopo quellincontro, aveva cercato di togliersi la vita. Il giornale parla di mistero ed  proprio questo mistero che il narratore si propone di svelare.
Ci racconta quindi la storia dei due protagonisti, delineando la Milano dellepoca con crudo realismo. Il suo scapigliato anticonformismo lo porta a guardare con equanime distacco al mondo popolare e piccolo-borghese, con il suo perbenismo di facciata ed i suoi ambienti dai caratteristici arredi ed odori ed alla nobilt, dalla vita vuota, futile, priva di valori.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Carlo Righetti, vero nome dell'autore divenuto famoso come Cletto Arrighi (Milano, 27 novembre 1828. Milano, 3 novembre 1906),  stato uno scrittore, giornalista e politico italiano, tra i massimi esponenti della Scapigliatura.
Partecipa alle cinque giornate di Milano nel 1848 e alla prima guerra di indipendenza, per poi aiutare il Regno di Sardegna come volontario.
Dopo gli studi da autodidatta, si laurea in legge a Pavia. Esplora il suo talento letterario fondando nel 1856 una rivista periodica di satira, dal titolo Luomo di pietra, dove pubblica numerosi articoli sui discutibili costumi della societ milanese, sotto lo pseudonimo di Cletto Arrighi, anagramma che manterr da ora in avanti per firmare tutte le sue opere.
Nel 1867 viene eletto deputato su posizioni radicali, simili a quelle della sinistra mazziniana e garibaldina. Si dedica anche, e con profitto, al giornalismo, alla letteratura e al teatro.
Conduce una vita disordinata ("scapigliata" significa proprio questo), resa ancor pi precaria dalla passione per il gioco d'azzardo, che gli fa perdere ingenti somme di denaro. Muore in miseria, abbandonato da tutti, a Milano nel 1906.
...
.
...
UN SUICIDIO MISTERIOSO.
...
.
...
Indice.
...
.
...
CAPITOLO 1. ENIGMA DA SCIOGLIERE.
CAPITOLO 2. CARATTERI DI OGGID.
CAPITOLO.3. CASA TIRAMOLLI.
CAPITOLO 4. LA GINA.
CAPITOLO 5. UNA BIGOTTA.
CAPITOLO 6. IL TRANELLO.
CAPITOLO 7. LA PRINCIPESSA.
CAPITOLO 8. COME SOTTRARSI?
CAPITOLO 9. DALLA PADELLA NELLE BRAGIE.
CAPITOLO 10. L'ANONIMA.
CAPITOLO 11. CATASTROFE.
CONCLUSIONE.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Il ridicolo ammazza. Detto francese.
...
.
...
CAPITOLO 1. ENIGMA DA SCIOGLIERE.
...
.
...
In un giornale di Milano del giorno 4 gennajo 1882, tra gli altri articoletti di cronaca cittadina, si leggeva questa breve e sinistra statistica: "Nel 1881 in Milano vi furono 55 suicidj; nell'anno antecedente ce n'erano stati 59. Vi sarebbe quindi una diminuzione nel 1881. Ma sono pur sempre pi di un suicidio per settimana".
Che cosa direste, cari lettori, se vi raccontassi, che nel solo primo semestre del 1882, fra tentati e compiuti, ne avvennero centoquattordici?
Altro che uno alla settimana!
Centoquattordici suicidj, in sei mesi, danno la spaventevole cifra di un suicidio ogni trentotto ore.
Tra i cinquantanove casi del 1882 uno ne avvenne cos strano e misterioso per me e per tutti, che una grandissima curiosit mi prese di conoscerne le cause intime.
Nessun romanziero, nessun fisiologo, infatti, per quanto tiepido studioso del vero, per quanto avvezzo alle bizzarrie ed alle inconseguenze del cuore umano, sarebbe rimasto indifferente dinanzi a quella catastrofe tanto improvvisa e inaspettata. E, per quanto essa fosse narrata dai giornali con quella fredda ironia, che si trova cos spesso nel racconto di simili fatti, a me, che conoscevo la vittima, sarebbe stato impossibile di non andarci in fondo.
Ma si sa bene!
I fogli sono scritti da chi, pur troppo, all'idea del suicidio ha fatto il callo, e non ha tempo di appurare i fatti. Lo scetticismo  entrato per forza nel cuore dei redattori della cronaca cittadina. Come distinguere ormai i suicidj veri dai finti? Come discernere quelli dettati da una terribile smania di morir davvero, da quelli consigliati dalla speranza di impietosire i proprj concittadini, colla certezza di essere strappati dalla morte?
Il racconto di quel caso miserando terminava nei giornali dell'anno scorso colla solita chiusa:
"Quale fu la ragione di cos truce proposito? 
"Mistero!
"Quel corpo quasi esanime fu portato all'Ospedale. Non si spera di salvarlo".
...
.
...
La bellezza, l'et fiorente, la posizione sociale, che escludeva il movente della miseria, le lettere lasciate sul tavolino, lo stupore inenarrabile degli amici, la piet dei conoscenti, aumentavano intorno a quel suicidio l'interesse ed il mistero.
Quanto a me, avevo una ragione particolarissima per essere il pi sorpreso di tutti.
Verso il tocco del giorno istesso, che accadeva la catastrofe, io stavo fermato sulla soglia della porta di una casa del viale Manin, a una trentina di passi dell'albergo omonimo. Aspettavo la discesa di un amico, che era salito a dire una parola al suo avvocato e m'aveva detto di attenderlo al basso.
Volgendo la testa a sinistra vidi uscire dalla porta dell'albergo una certa giovine coppia di amanti, che avrebbe suscitata la invidia di Don Giovanni. Ella poteva avere non pi di diciott'anni, ed era bella e graziosa come una Madonna del Murillo. Lui ne avr avuti un ventitr, a dirne assai, ed era in tutto e per tutto degnissimo di lei.
Mi ricordo, tra le altre cose, che il giovine aveva un abito nuovo fiammante. Ella era in velo, con un vestitino oscuro, modesto. Il giovine le parlava con un fervore e un'animazione grandissimi. Come si capiva che quei due felici erano innamorati l'uno dell'altro! Ella, di tratto in tratto, scoppiava in risate. Uscivano dall'aver fatto colazione insieme, pensai,  naturale che siano allegri. Egli per aveva la fisonomia un po' stravolta. Ma non ci feci caso. Chiss che cosa le stava dicendo?
Non era la prima volta che io vedevo passeggiare a lato l'uno dell'altro quei due felici, che conoscevo per nome, quantunque non avessi mai parlato loro. Li incontravo spesso in una certa via gi di mano, dove mi recavo quasi tutti i giorni per un mio affare. Passavano senza guardar in viso a nessuno, indifferenti per tutto ci che li circondava, infervorati nei loro discorsi d'amore, con quel passo lento e particolare agli amanti, che non hanno fretta di giungere al luogo dove toccher loro di separarsi.
Una volta, essendo io con un amico che li salut passando, gli domandai chi fossero que' due bei giovinetti. Egli me ne disse il nome, che non avevo mai scordato, tanto quella coppia amorosa mi era simpatica.
Ella aveva nome Gina: Gina Malli; lui Achille Tiramolli-Morandi.
...
.
...
Essi venivano dunque verso di me, assorti nei loro discorsi ed essa rideva mostrando certi dentini bianchi, che spiccavano, anche da lontano, sulle labbra accese. Quando furono a dieci passi da me, attraversarono la strada e il giovine cess di parlarle. Ella, sollevando il lembo della veste, mi mostr senza pensarci un piedino ammirabile e l'attaccatura finissima della gamba, alla caviglia. Mi passarono dinanzi cos, di l, sul viale degli alberi, affrettando leggermente il passo. Giunti che furono all'ultimo brougham della fila che stazionava sulla piazza Cavour il giovine ne aperse lo sportello. Essa mi parve un momento riluttante ad entrarvi; ma poi vi si slanci; lui la segu, e sparirono.
Non dissimulo d'aver provato in quel punto un moto di invidia. Oh i vent'anni!
Ma l'amico che io aspettavo discese in quel punto, cominci a parlarmi d'affari e la bella coppia amorosa mi pass dalla mente, insieme all'invidia.
Potete immaginarvi ora la mia altissima maraviglia e la mia assoluta incredulit, quando, il giorno dopo, pigliando in mano il Pungolo, lessi, che verso le cinque ore del giorno prima, vale a dire sei ore dopo che io aveva veduti gli amanti felici uscire dall'albergo Manin, uno di quei due giovani innamorati era stato portato all'Ospedale in fin di vita, per tentato suicidio.
Non potevo credere a' miei occhi. Ma le indicazioni del giornale non mi lasciavano alcun dubbio sulla identit della persona. Nondimeno, incredulo ancora, corsi all'Ospedale e cercai di vedere la moribonda. Non ci sarei riuscito se non avessi trovato un medico amico che mi condusse al letto di lei. La riconobbi. Non c'era pi dubbio.
Fu allora che risolsi di chiarire quell'enigma, che mi si presentava pi misterioso e impenetrabile delle sette incarnazioni di Brahama. E con grandissima cura mi posi sulle traccie delle cause segrete che avevano potuto spingere quella interessante creatura al disperato proposito. E ci riuscii.
...
I lettori stanno dunque in presenza d'una storia reale ed autentica. Non credo di avere il diritto, sciorinando i nomi veri, di risuscitare dei dolori troppo recenti, n di compromettere altre persone, facendo delle personalit e suscitando degli scandali, che non aggiungerebbero nessun interesso alla storia. Continuer a coprire con dei pseudonimi i personaggi, che ebbero parte allo svolgersi di quel dramma funesto, il quale, per una stranissima combinazione di cose, ebbe anche un lato eminentemente comico, che mi sarebbe impossibile di dissimulare.
E ci dimostrer ancora una volta che nella vita reale il serio va quasi sempre a braccietto col ridicolo, e che la forzata non confusione dei due generi, tanto raccomandata dai pedanti e dai romantici idealisti,  una cosa quasi sempre contraria alla verit.
...
.
...
CAPITOLO 2. CARATTERI DI OGGID.
...
.
...
In una di quelle case, che sorsero dopo il 59 nel quartiere che si distende verso porta Nuova fra il corso Garibaldi e i Giardini pubblici, abitava, sul principio appunto del 1882, la famiglia Tiramolli.
Era composta dal padre, dalla madre e da dieci rampolli. Il padre era il cavaliere Gaetano; la madre, nata nei Ciencini di Firenze, rispondeva al nome di sra Amalia e i dieci figliuoli, sei maschi e quattro femmine, dal maggiore l'Achille, fino al Laocoonte in fascie, discendevano gi, come le canne di un organo, in scaletta.
Il padre era un uomo burbero, punto benefico, ma invece molto prolifico e molto classico.
Avendo, in illo tempore, servito da agente elettorale ad un candidato, che c'era poi riuscito a diventar ministro, era stato creato da questi, per mezzo di un piccolo salto acrobatico, cancelliere di Tribunale o delegato di Mandamento che sia, non che cavaliere dei santi Maurizio e Lazzaro.
Chi volesse proprio figurarsi il signor Gaetano Tiramolli non avrebbe che a guardare il ritratto di un noto e benemerito conduttore di Fiaschetteria milanese. La stessa aria di testa, la stessa pinguedine lardosa, e la stessa calvizie: una differenza sola nel carattere; ch, mentre il ristoratore  un uomo alla buona, giovialone ed epicureo, il signor Gaetano Tiramolli era tutto rigidezza, tutto pedanteria, tutto sistema.
Egli era uno di quegli uomini, che prima di soffiarsi il naso consultano un paio di volte l'orlo del fazzoletto e lo voltano e lo rivoltano per paura di soffiarselo a rovescio. Ammiratore fin dalla sua prima giovinezza delle tradizioni greche e latine egli aveva voluto imporre a' suoi figli dei nomi di eroi e di eroine achee. Il poverino non si aspettava che sua moglie gliene dovesse regalare dieci in fila, senza contare i morti. Aveva cominciato alla greca coi primi tre e non aveva voluto smettere, sperando nell'ultimo venuto. Ma l'ultimo diventava sempre penultimo; cosich egli si era creato in casa poco a poco una specie di piccolo Pelopponeso da strapazzo, per protestare col fatto contro la invasione del realismo in letteratura e contro le porcherie, diceva lui, di Zola e di Valera, che egli metteva grottescamente a fascio, senza aver letto mai n dell'uno n dell'altro.
Questa generosa reazione letteraria, gli era per costata sudori di sangue. Egli aveva dovuto sostenere dieci battaglie campali contro il buon senso di sua moglie, la quale, armata del calendario dei santi, ad ogni pretesa di chiamare il neonato con un nome pagano, gridava, magari da star a letto: Ch! Questo non c' sul lunario; e ad Achille aveva opposto Luigi, a Mrope Eusebia, a Sofonisba Peppina, a Solone Michele, ad Eurialo Gervaso, a Clitennestra Maddalena, a Pantasilea Marietta, ad Agesilao Ambrogio, a Priamo Bartolomeo e a Laocoonte Pancrazio.
Ma si pu dar di peggio! esclamava la buona fiorentina crollando il capo, quando le si annunciava che il neonato reduce dalla chiesa, era stato battezzato col nome di qualche ammazzasette dell'Iliade o di qualche tiranno delle tragedie di Alfieri. Pazienza se noi avessimo un cognome aristocratico! Ma invece? Che effetto far quel nome di Laocoonte accanto a quello di Tiramolli?
...
Il primogenito dunque si chiamava Achille.
Sullo scorcio del 1879 l'Achille si trovava in quella dolce et dei 21 anni, della quale una pi bella non  dato a mente umana di immaginare. A 21 anni infatti l'uomo si trova nel fiore della giovinezza, e diventa issofatto un cittadino, mentre che fino ai 20, undici mesi e ventinove giorni egli non era stato che un ragazzo senza conclusione. Tant' vero che i legislatori hanno pensato che a quell'et soltanto egli sia degno di essere responsabile delle proprie azioni e delle proprie distrazioni. Che bella cosa  quella di poter commettere le pi balorde corbellerie colla certezza che i nostri simili ce le faranno pagare carne salata!
Alcuni pensano che la miglior et per un cittadino sia quella dei trenta, perch spalanca le porte del Parlamento, nel quale invece si possono commettere molte corbellerie senza responsabilit...
Comunque sia Achille Tiramolli, che era stato liberato anche dalla leva militare per essere stato trovato un po' gracile di complessione, entrava a 21 anni in possesso di una piccola eredit, l'usufrutto della quale era stato amministrato fino allora dal padre e goduto in famiglia.
Il signor Gaetano aveva sempre tenuto il suo primogenito sotto la sferza della paterna autorit. Alle nove di sera doveva essere a casa, se no, guai. Divertimenti, teatri, scampagnate, amorose, punto; tanto che il giovinetto, malgrado il nome del bollente figlio di Peleo, confinato com'era nella salamoja domestica, insieme a suoi nove fratelli e sorelle, in un ambiente di rigore e di musoneria, era cresciuto inesperto come una vergine e delicato come un'olea fragrans. Per, l'avere ereditata dalla zia la casetta e il podere di parecchie pertiche, dei quali era andato, come dissi, in possesso allo scoccare della maggiore et, aveva modificato un poco la sua posizione in famiglia. Egli non era pi tenuto cos stretto.
Nel carattere egli portava del padre una certa seriet e l'ingegno; della madre la delicatezza nervosa e la finezza del giudizio. A sentirlo parlare nessuno gli avrebbe dati soltanto ventun'anni. Non molti uomini gi provetti avrebbero vantato una sodezza di criterio ed un buon senso pari al suo.
Del resto la nuova generazione oggid  tutta cos precoce. Io non posso soffrire quelli che sparlano tanto della giovent d'oggid. Non  vero che essa sia peggiore di quella d'una volta. Sono i soliti lodatori del passato, che dicono questo, perch non sono pi giovani loro e si vendicano in questo modo maledicendo a quelli che lo sono.
La giovent odierna, in fondo,  molto pi seria e molto meno biricchina di quella che cominciava a mettere i baffi dal 1848 al 1859.
Certo che gli avvenimenti dell'epopea nazionale avevano temprati gli animi di molti giovani di quel tempo a forti imprese e a generosi propositi. Certo che la smania di scuotere la dominazione straniera e l'esempio degli adulti avevano destato nella giovent d'allora un complesso di sentimenti nobilissimi e fieri, che oggid non hanno pi n riscontro n ragione di essere.
Non si parla delle eccezioni.
Ed  forse colpa della giovent odierna se i tempi mutati non le porgono il destro di compiere degli atti di eroismo? Come si fa oggid a pigliar molto sul serio le cose di questo mondo?
...
Quando Achille usc dal liceo suo padre, che non avea n la voglia n i mezzi di fargli continuare gli studj, decise ch'egli sarebbe entrato come commesso in qualche banco di commercio.
Achille si sentiva una certa vocazione per le belle lettere; ma dininguardi che avesse lasciato trapelare a suo padre questa inclinazione!
Egli era dunque entrato in una banca, e le velleit letterarie avevano presto ceduto il campo dinanzi ai prestiti a premj ed alla Londra, alla rendita turca e alle azioni delle ferrovie dell'alta e della bassa Italia.
Achille era bello. Una dolcezza eterea usciva, per cos dire, dai suoi occhi sereni e malinconici, come il mare glauco e tranquillo verso il tramonto. Una bont quasi serafica spirava dalla sua fronte e da' suoi capelli folti e chiari. Egli arieggiava l'Arcangelo Gabriele ma senza la spada fiammeggiante. Se non fosse stato cos timido e delicato, nessun giovine sarebbe stato pi avventurato di lui colle donne, e massime con quelle di tempra risoluta e forte, che amano tanto nei maschi il viceversa.
La zia Morandi, che gli aveva lasciato il podere e la casetta sulla sponda sinistra del lago Maggiore, gli aveva anche imposto nel testamento di portare il proprio cognome.
Achille si chiamava dunque, come  gi noto, Tiramolli-Morandi.
Anzi, laggi, dove aveva la casa, era conosciuto sotto il nome della zia. Tutti lo chiamavano il signor Morandi.
...
Uno dei difetti pi terribili, da cui possa essere afflitto un uomo vivente nella societ di spiriti forti e di beffardi del nostro tempo,  quella delicatezza, dir quasi, morbosa, quella mancanza di risolutezza, di prepotenza e di egoismo, che lo rendono zimbello, non solo di tutti gli sfrontati e di tutti i raggiratori, ma d'ognuno che sappia, come si dice da noi, far valere i suoi cinque soldi.
Questa delicatezza non gli permette mai di domandare o di rifiutare, a tempo e luogo, ci che andrebbe tanto bene domandato o rifiutato; cos che la sua vita, che dovrebbe essere un tessuto di benevolenza e di soddisfazioni, riesce, all'incontro, una filza ingrata di sagrifici, di danni, di seccature, di mortificazioni e di sciagure piccole e grosse d'ogni genere e d'ogni qualit.
Non parlo, ben inteso, delle donne; giacch, riguardo alle donne, la cosa si complica terribilmente, e la tesi, per esse, andrebbe studiata sotto un punto di vista molto speciale. Ad esse, il non saper rifiutare a tempo e luogo, produce spesso delle peripezie formidabili, di cui, pur troppo, si pasce quella benedetta cronaca scandalosa dei giornali cittadini, di cui ebbi occasione di parlare nel primo capitolo. Certi casi miserandi di infanticidj e di suicidj, infatti, non hanno altra genesi per le donne che quella morbosa delicatezza.
Nei maschi invece essa produce degli effetti, talvolta non meno disastrosi, quantunque di tutt'altro genere. La delicatezza d'animo  la esagerazione dello spirito di modestia, di annegazione e di sacrificio: le virt cristiane; la delicatezza  il fiore della onest guastato dalla timidezza;  una paura troppo spinta di riuscir dannoso o importuno a suoi simili;  talvolta un sentimento troppo forte della propria e della altrui dignit;  in somma la pi ladra virt, di cui possa essere dotato un uomo del nostro tempo.
Vedetelo l'uomo delicato, la mosca bianca! Avrebbe il diritto di essere il pi stimato, il pi onorato, il pi ben voluto dei mortali. Lo si direbbe nato, creato, per fare dei felici intorno a s e per esserlo lui stesso. Tutt'al contrario! Egli  l'essere pi sventurato che esista su questa terra. Dovrebbe essere scevro di rimorsi, e invece passa la sua vita in un continuo castigo tutto composto di piccoli rimorsi d'essere stato buono, gentile, confidente, troppo onesto! Egli non ha nemici, eppure subisce una persecuzione incessante, alla quale non giunge a sottrarsi che abbandonando a strappi, la propria dignit, la propria sostanza, magari la propria riputazione. Ad ogni momento la sua borsa  attaccata; le sue credenze pi sacre, i suoi affetti pi cari sono brutalmente offesi. Lo si urta nelle sue idee pi nobili; lo si beffa nelle sue convinzioni pi profonde; lo si ferisce ne' suoi sentimenti pi sinceri. A lui, che non pu e non sa offendere gli altri, tocca di sopportare sorridendo l'offesa continua, che parte dalla avidit, dalla prepotenza, dalle brutalit trionfanti degli altri.
Al passeggio vede uno scalzacane che non cede la dritta alle signore sul marciapiedi, ed egli ne soffre; in casa gli amici, i parenti, i conoscenti, i suoi debitori istessi piovono a chiedergli danaro in prestito, ed egli non sa rifiutare; al circolo s'accorge che un baro gli ruba a man salva ed egli si leva perdente ma senza smascherarlo; nella via trova un ubbriaco caduto al suolo fradicio, ed egli non sa passar oltre senza soccorrerlo; entra in una bottega a comperar qualche cosa, il mercante l'ha gi fiutato, gli domanda il triplo, ed egli non vuol dibattere il prezzo e snocciola lire, soldi e danari; in una festa da ballo vede una povera fanciulla brutta, che  lasciata gi da tutti, e lui va ad invitarla a ballare; in una disputa, in cui sente di aver mille ragioni, se l'avversario alza la voce egli si lascia dar torto per non svegliare chi dorme; derubato, rovinato, tradito da quelli stessi che pur compajono suoi creditori, egli si leva il pane di bocca per dar loro il cento per cento. E tutto ci per pigliarsi dell'imbecille e del minchione!
No, no, non c' uomo pi misero e che si meriti da' suoi simili, per ristoro, un titolo pi umiliante, dell'uomo che nacque con gli istinti di una delicatezza estrema.
Achille Tiramolli-Morandi era delicato!
...
.
...
CAPITOLO 3. CASA TIRAMOLLI.
...
.
...
Andiamo in casa Tiramolli.
Sessantaquattro gradini si dovevano montare, fino al terzo piano, per andar a far visita a sua madre, la sra Amalia. Giunti sul pianerottolo si volgeva a sinistra, si percorreva un ballatojo a ringhiera di ferro inverniciata di rosso e si tirava il campanello dell'uscio, che stava tra la vaschetta di una tromba da una parte, e lo sportello delle spazzature dall'altra.
Chi si maravigliasse, che il cavaliere Tiramolli fosse andato ad abitare a terzo piano, accanto al buco dell'immondezzaio, mostrerebbe di non ricordarsi che il pover'uomo aveva una moglie e dieci figli sulle spalle.
Quando un regio impiegato a duemila e due, o duemila e sei che sia, non ha avuto le precauzioni necessarie di far in modo, che la casta met, invece di snocciolargli dieci figli, non gliene avesse a crear pi di un paio, i sessantaquattro gradini e il buco delle spazzature accanto all'uscio, diventano compatibili.
L'anticameretta di casa Tiramolli, nella sua modesta e disadorna semplicit, era tutta una rivelazione. Gli antichi dicevano che dal naso si conosce l'uomo; io dico che talvolta col naso si conosce una intera famiglia e che da una anticamera si capiscono i costumi di essa.
Chi aveva l'odorato fino, capiva infatti due cose: che l ci doveva abitare un uomo austero, il quale doveva aver mano in pasta al Criminale o alla Questura; e che la moglie o le figlie dovevano essere molto amanti dei gatti.
Nello stesso modo che se entri nella anticamera di una traviata vi troverai sulle pareti delle litografie di donne pi o meno scollacciate, cos in quella di casa Tiramolli vi trovavi appesi dei quadretti, meschini s, ma caratteristicamente feroci. Essi rappresentavano, su tutta la linea, la punizione del malvagio e il trionfo della innocenza. Malvagio, ben inteso, nelle idee del procuratore del Re, il quale ha per suo dovere preciso di trovar sempre malvagi anche gli innocenti.
La prima litografia, quella proprio dicontro all'uscio, che ti saltava all'occhio entrando, era il supplizio di Felice Orsini.
Quanto ai gatti era addirittura impossibile ingannarsi. C'era in quell'anticamera un detestabile odorino, che annunciava la loro presenza indiscutibile; c'era quel tanfo, quel sito caratteristico di escrementi felini, che non si pu confondere con nessun altro puzzo di questa terra.  un puzzo tutto particolare, sui generis, prodotto specialmente dal liquido lasciato gi dalla piccola tigre domestica, il quale entra, penetra, s'infiltra nei mattoni del pavimento, e vi sta perenne come la macchia di sangue del re scannato, sulle mani di lady Macbeth; un puzzo traditore ed ipocrita, a cui si avvezzano i nasi di coloro che ci stanno in mezzo, mentre ammorba il tuo per poco che tu non sia abituato ad aver gatti in casa.
...
Sono le dieci del mattino d'una giornata di settembre.
Era piovuto da una settimana; un tempaccio generale per tutta la vallata del Po e del Ticino.
Finalmente s'era messo un forte vento di tramontana, che spazzava le nuvole tutto intorno a Milano. Un classico avrebbe detto che in quel giorno l'autunno tornava a sorridere e faceva un dolce invito alla vendemmia.
La signora Amalia aveva finito allora di rigovernare la casa. Aveva fatti accompagnare all'asilo infantile il Solone ed il Priamo, uno di quattro l'altro di cinque anni; aveva mandati a scuola gli altri tre pi grandicelli: Clitennestra, Eurialo e Agesilao; aveva lasciata andare da sola alla ripetizione di Perfezionamento la Pantasilea, futura maestrina; e si teneva sul braccio il Laocoonte di pochi mesi, un bimbo stupido come la luna.
Le altre due ragazze, Merope e Sofonisba, l'una di sedici e l'altra di diciasette anni, piuttosto brutta la prima, discreta e cicciosa la seconda, s'erano gi sedute ad agucchiare presso la finestra aperta, che dava sul cortile di casa.
La gatta, personaggio importante in quella famiglia, con due micini attaccati alle poppe, stava sdraiata sopra una sedia e ronfiava cogli occhi socchiusi, nell'epicurea noncuranza dei gatti benvoluti.
Il signor Gaetano era gi uscito di casa. Era andato al suo ufficio.
L'Achille doveva tornare quella mattina da Pallanza sul Verbano, dove aveva dato una corsa il giorno dianzi col permesso del suo banchiere.
Il fattore gli aveva scritto di andar fuori subito per vedere i danni della inondazione d'un certo torrentello, che aveva corroso il podere e che minacciava, secondo lui, le fondamenta della casetta.
...
Entr la serva che aveva condotti all'asilo i bambini, annunciando di aver trovato in portineria un uomo che cercava del signor Achille e che recava una cesta di roba mangereccia.
- Roba da mangiare! - sclam la madre. -  forse lui che ce l'ha mandata da laggi?
- Io non so - rispose la ragazza. - Per non mi pare.  l fuori.
- Allora fllo entrare, gnocca!
La fantesca usc e rientr subito seguta da un nanerottolo con una gran bazza, due baffi spropositati per la sua statura e le gambe torte; il quale teneva sul palmo della destra un canestro coperto da uno straccio.
- Dunque sta qui o non sta qui questo signor cinquantasei? - domand il nano con una certa arroganza.
- Ma che cinquantasei? - sclam la sra Amalia.
- Il numero che ha vinto la riffa - rispose l'altro. - Ah, noi siamo galantuomini e la roba guadagnata la portiamo in casa!
Le due ragazze e la gatta s'erano levate anch'esse ed erano venute a curiosare ed a fiutare.
- Mio figlio ha vinto una riffa?
- Sissignora - rispose il nano fischiando sulle due esse del sissignora. - Lui aveva il cinquantasei che  il primo estratto di questa settimana al lotto. Lui  stato il fortunato! - seguitava scoprendo il paniere e levandone un pollastro magro, che a sentir il nano avrebbe dovuto essere un cappone atticciato; il quale stava l in mezzo a quattro melaranci, quattro sanguinacci e molti ritagli di carta bianca e rosa.
- Aveva comperati molti biglietti? - domand la madre.
- Una ventina - rispose l'altro.
- Venti biglietti? E da quanto?
- Da 25 centesimi l'uno - rispose il nano sbirciando con moltissima compiacenza la Sofonisba.
- Dunque mio figlio per questa poca roba avrebbe spesi cinque franchi?
- Sicuro! E le par troppo forse? - sclam con una certa tracotanza il nano baffuto. - E quelli dunque che non hanno guadagnato nulla?
- Quelli, poniamo, sono stati ancora pi minchioni di mio figlio - rispose la madre.
Il nano, che intanto era andato vuotando la cesta, alz le spalle, disse: servo suo, lanci un'ultima occhiata di concupiscenza sul seno della Sofonisba e se ne and.
- Ecco dove vanno a finire tutti i danari! - sclam la madre, quando l'altro fu uscito - Ah che testa, che testa! Lui non  capace di schermirsi. Glieli cavano di sotto. Oh ma quando arriver gliene voglio dir quattro.
In questa s'intese il campanello dell'anticamera.
- Che fosse lui? - disse la Mrope e si lev per vedere.
Schiuso l'uscio, disse:
-  lui!
...
- E dunque? - gli furono addosso a domandargli le donne.
- Dunque, molto rumore per nulla - rispose Achille - Il fattore ha avuto le traveggole. Non c' neanche il principio dell'innondazione.
- Ma e questo torrente?
- Ma che torrente!  il ruscello, sapete, che passa a cento metri dal murello del nostro giardino, che gonfiandosi aveva pigliato un'altra strada. Ma  durato non pi di cinque o sei ore fuori del suo letto. Quand'io arrivai non c'era pi ombra di pericolo.
Intanto la signora Amalia, che non aveva aperto bocca, ruminava la romanzina.
- Che hai mamma cara? - le domand Achille, mentre deponeva la borsa, il plaid e l'ombrello sul tavolo.
- Dobbiamo far dei conti io e lei caro signorino!
- Ecco. Sempre col broncio! Ah ma forse ho capito - ripigli ridendo - Vedo qui il corpo del delitto se pur non sbaglio. Questo deve essere il pollo della riffa che ho vinta. Ho veduto il mio numero.
- E tu hai gettato cinque franchi per guadagnare questa carcassa?
- Ma! Chi me l'avrebbe detto! Io speravo tanto di perdere e che tu non ne sapessi nulla.
- Bravo! - sclam la Sofonisba - Allora peggio ancora!
- Ma dunque perch sprechi il danaro in quel modo?
- Oh Dio, per liberarmi dalla seccatura e per dar da vivere alla povera gente - rispose l'Achille. - Gi, sai bene che  inutile, mammetta mia. Tu sai come sono io. Credi che non c' nessuno al mondo che deplori tanto il mio difetto quanto io stesso. Ma non posso mutarmi.
- Ah che testa, che testa! replic la madre. Era il suo intercalare parlando del suo primogenito.
- Ma dovevi mandarlo a quel paese - disse la Mrope dalla sua sedia.
- Ho tentato e non ci son riuscito - rispose Achille. - Spero poi che non mi leverete il fiato neppur per questo!
Cos dicendo pass la mano sul dorso della gatta e senza dir altro entr nella sua camera.
...
Quando si trov solo la fisonomia del giovine si mut per intero. Il suo volto spensierato ed ilare poco prima in faccia a sua madre e alle sorelle si oscur; una nuvola di preoccupazione e di tristezza vi si diffuse.
Cav di tasca una lettera, la spieg sullo scrittojo, vi si sedette dinanzi, mise i gomiti sul piano di esso, e colla testa chinata nelle mani, si diede a leggerla seriamente.
Quella lettera, che portava in fronte una sigla di due iniziali dorate e sormontate da una corona principesca, aveva lasciato intorno un profumino di muschio punto disaggradevole.
Essa diceva:
Da Bel Ritiro 18 Settembre.
"Mio adorato Achille,
"Quando penso che tu, il pi bello, il pi nobile, il pi gentile dei giovani di questa terra sei diventato mio, credo di impazzire di gioja e di entusiasmo. Tu sei il mio amore, il mio conforto, la speranza del mio avvenire. Le parole a mezza bocca, colle quali tentasti di farmi capire che tu a Milano avevi gi contratto qualche impegno, prima di conoscermi, le voglio dimenticare. Non te ne faccio carico, perch io non ho il diritto di essere gelosa del tuo passato. Ma ora tu sei mio, tutto mio e per sempre; giacch dopo ci che si  passato fra noi non  pi possibile che io mi distacchi da te. Quando io ti parlai del nostro avvenire, quand'io ti dissi che mi sarebbe impossibile di vivere senza averti continuamente insieme, tu non mi dicesti di avere un serio impedimento. Io spero che tuo padre e tua madre non metteranno ostacoli alla nostra unione. La differenza d'et? Che importa? Tu sei molto giovine,  vero, ma io non sono di te meno giovine di cuore. Il povero principe mio marito tu sai che non visse con me che due settimane. Iddio l'ha voluto con s, ed io non posso che benedire alla provvidenza, che mi riserbava di trovare in te l'angelo della mia esistenza. Io metto la mia sostanza, le mie gioje, i miei castelli i miei feudi i miei servi di Polonia a' tuoi piedi; e vorrei compromettermi in modo che la tua delicatezza, se non il tuo cuore fosse forzata ad accettar il mio amore e a riconoscere che per te non c' altro destino che quello di essere mio. Che se i tuoi genitori facessero degli ostacoli pensa che tu sei padrone della tua volont, che possiedi una posizione indipendente e che io ti adoro.
Sabato conto di essere io pure a Milano. Scrivimi intanto una bella lettera tutta piena de' tuoi sentimenti e ama come ti amo. La tua per sempre. KATINKA.
Achille corse colla mano alla penna, come se fosse stato preso a un tratto da un moto di sdegno. Egli sentiva che sulla carta avrebbe saputo spiegare quel coraggio, che gli era mancato a quattr'occhi.
La gran dama stringeva i nodi in una maniera inverosimile. Gli parlava nientemeno che di matrimonio! A lui gi promesso ad un'altra! A un'altra adorata!
- Possibile! - sclamava fra s il giovane, girando fra le dita la cannuccia della penna. - S'intende acqua ma non tempesta! Questa donna  pazza! Ah se la mia Gina sospettasse!
E stava per scrivere, ma ristette ancora.
Sul lago pens che gli sarebbe toccato di tornare. Come avrebbe affrontata la principessa innamorata a quel punto?
- E se vendessi la casa e quella poca terra? Ma che pretesto addurr a mio padre e alla mamma che ci tengono tanto?
E si pentiva amaramente della propria debolezza. Poi pensandoci domandava a s stesso chi mai avrebbe avuto il sangue freddo di non cadere. La principessa lo aveva piccato sul vivo. Gli aveva detto una certa frase, in un certo momento topico, una di quelle frasi ironiche, sotto le quali qualunque uomo resta soccombente.
"Come sei impacciato Achille! Sembri uno scolaretto di prima ginnasio!"
Nessuno pu credere come questa frase della principessa fosse restata amaramente conficcata nell'amor proprio di Achille.
Allora egli aveva quasi perduta la testa. Una specie di reazione violenta s'era fatta nella sua timidezza. Egli si era riabilitato pienamente con lei. Le aveva mostrato di non essere uno scolaretto di ginnasio. Ma!
Ma era appunto quel pensiero che ora gli dava un'uggia di s stesso impossibile a descriversi; un rimorso dell'accaduto, una vera spina nel cuore. Tanto pi che egli si esagerava perfino i diritti, che quella gran dama avrebbe affacciati per non lasciarlo sfuggire; e s'immaginava che gli sarebbe stato pi facile traversar l'Oceano a piedi, che trovar un mezzo di liberarsene; e si considerava gi quasi come un uomo perduto e malediceva il giorno che sua zia gli aveva lasciata la casa, malediceva l'istante che non aveva saputo imitar Giuseppe ebreo, e sopratutto provava sincero, profondo, cocentissimo il rimorso di avere mancato di fede, e di aver tradito l'amore cos bello, cos disinteressato e cos corrisposto, che la fanciulla scelta dal suo cuore gli aveva giurato, gi da cinque o sei mesi.
...
.
...
CAPITOLO 4. LA GINA.
...
.
...
I due giovinetti s'erano conosciuti per caso una domenica d'aprile ai Giardini pubblici, trovandosi accanto sul ponte a guardare il cigno nero nel laghetto.
La Gina se ne stava pensierosa dinanzi al superbo natante, mentre l'Achille, che aveva veduto di fianco il corretto profilo di lei e la curva voluttuosa del seno, non sapeva staccarle gli occhi di dosso.
Ma c'era da scommettere che n lui avrebbe avuto il coraggio di volgerle la parola, n che la fanciulla avrebbe alzati gli occhi in viso all'Achille se un piccolo avvenimento non li avesse posti per forza in comunicazione.
Nel lanciare al cigno un pezzo di pane la Gina si era lasciata sfuggire di mano il ventaglio che era caduto nella gora.
L'aveva dessa lasciato cadere apposta o le era proprio sfuggito di mano in fallo?
Questo punto rester sepolto per sempre nella notte dei secoli futuri!
Il fatto  che Achille non aveva posto tempo in mezzo per organizzare un piccolo salvataggio di quell'ordigno della simpatica fanciulla. E non fece neanche troppa fatica. Il ventaglio cadendo s'era spiegato rimanendo a fior d'acqua e seguiva blando la corrente avvicinandosi alla sponda.
Achille, seguito dalla fanciulla che rideva della piccola sventura, fin di attirarlo a s colla mazza, lo raccolse, lo deterse col proprio fazzoletto e lo riconsegn molto graziosamente alla bella sconosciuta, che lo ricevette con un: grazie tante, tutto pieno di arcane simpatie.
Come le parve bello e gentile l'Achille in quel momento!
Egli non era un gran furbo, n si piccava di esserlo; ma dall'occhiata con cui la fanciulla accompagn il ringraziamento cap subito d'esserle riuscito estremamente simpatico.
Del resto l'Achille era avvezzo a questi taciti e fuggitivi omaggi delle donne. Era avvezzo a vedere degli sguardi lunghi e desiosi, che non si staccavano dal suo sembiante se non proprio quando non potevano farne a meno.
I due giovinetti dovevano rifare il breve tratto sull'erba e fra gli sterpi, che dalla sponda del ruscello conduceva sul viale battuto.
Il ghiaccio era rotto, e il dialogo s'avvi naturale fra i due predestinati amanti. Una subitanea e forte simpatia li aveva gi stretti entrambi l'uno all'altro prima ch'essi avessero tempo di confessarselo. Non s'ingannavano. Sentivano il Dio ignoto scendere nel loro cuore poco prima freddo e indifferente. Sentivano quel fremito leggero, quel brillar dell'interno, quella scossa magnetica, quel presentimento segreto, che avvisano ogni creatura umana quando il grande mistero d'amore comincia a svelarsi.
E senza dirselo, per mutuo consenso, s'avviarono a paro verso il sentiero meno aperto, che costeggia a destra il ruscello, rimontandone la corrente verso il bastione. Quando furono laddove la sponda  pi romita si fermarono entrambi dinanzi a un sedile come due vecchi amanti avvezzi a quella passeggiata e si sedettero.
Dopo un quarto d'ora la Gina sapeva gi chi fosse, quanti anni avesse, dove stesse di casa e dove andasse di studio il Morandi. Egli non le disse l'altro suo cognome Tiramolli.
E lui seppe altrettanto di lei.
Seppe ch'ell'era orfana, che guadagnava due franchi al giorno come giovine maggiore in una delle prime modiste di Milano, che abitava in due stanzette in via Solferino e che non aveva amanti.
Lasciandosi si diedero la posta pel giorno dopo.
...
Ben presto venne la fase delle confessioni e delle confidenze intime.
Il padre della Gina, macchinista, era stato stritolato da una ruota dentata, che lo aveva attirato a s nelle sue spire fatali. Il proprietario dell'opificio aveva dotata la vedova d'una piccola rendita, della quale aveva goduto ben poco tempo.
Ella s'era messa a letto pel dolore di aver perduto il suo povero Francesco ed era morta due mesi dopo per lo spavento prodottole dal campanello dello scaccino, che l'avvisava della sua ultima ora. Quando il prete giunse coll'olio santo al letto della povera donna essa aveva chiusi gli occhi per sempre, dicendo alla sua Gina disperata:
- Dunque debbo proprio lasciarti sola al mondo? Ah questo campanello mi fa morire...
Ed era spirata.
Non sarebbe opera vana il rizzare la statistica degli omicidj prodotti da campane e da campanelli, che suonano spietatamente l'agonia dei moribondi, i quali sarebbero forse tornati indietro senza quello spintone del funebre avviso di morte.
La Gina un anno prima, in quell'et in cui le fanciulle cercano ansiosamente un cuore che le comprenda, aveva trovato invece un miserabile, che dopo averla sedotta l'aveva piantata. Da quel disastro, che le era costato fiumi di lagrime, ella non aveva pi accettato nessun omaggio.
Quando ebbe veduto l'Achille il cuore le si riaperse alla speranza.
...
Una sera facendo a paro la strada che dalla scuola della fanciulla conduceva alla sua casa ella raccont al giovine la dolorosa storia.
- Perch ti amo tanto? - soggiunse la dolce creatura. - Non soltanto perch tu sia bello e gentile e nobile di modi e di cuore; ma perch ne' tuoi occhi, nella tua voce, ne' tuoi discorsi tu mi infondi la certezza che non mi tradirai. Vedi, il mio Achille, se io dovessi essere ingannata una seconda volta, sento che non potrei sopravvivere. A che scopo restar ancora a questo mondo se dovessi persuadermi che tutti gli uomini sono traditori? Se a te che mi sembri tanto sincero e tanto delicato, io non dovessi pi prestar fede a chi mi resterebbe da credere ancora a questo mondo?
La Gina dal giorno che s'erano confessato il loro reciproco amore aveva detto ad Achille di bastare perfettamente a s stessa. Accett qualche piccolo regalo, ma escluse assolutamente l'idea di ricevere danaro. Coll'assegno che riceveva dal padrone della fabbrica dove suo padre aveva lasciata la vita e col suo lavoro la Gina viveva discretamente.
Achille, compreso il regalo del banchiere a Natale, guadagnava allora sette franchi al giorno come commesso di banca. Dal mezzadro del lago ne traeva altri sette. In casa pel vitto e per l'alloggio ne lasciava gi sei. Avrebbe dunque potuto fissare alla Gina un piccolo mensile s'ella lo avesse permesso.
Tent di farle mutar casa e di metterla in un appartamentino degno di lei; ma essa si oppose anche a questo.
- Se mi sposerai come mi hai promesso - diss'ella - cambier di casa. Prima no, ti prego, non volerlo. Lasciami in questo mio nido, senza rimorsi e senza peccati, tranne quello commesso con te. Ma quello non fu un peccato, perch io ti amo tanto!  qui dove io ho giurato di non dare mai pi ascolto ad anima viva, finch non mi fosse apparso un uomo che avesse i tuoi occhi, la tua fronte, il tuo sorriso.  qui dove tu mi baciasti la prima volta e mi dicesti di volermi bene. Te ne ricordi? Fu dieci giorni dopo che ci eravamo conosciuti ai Giardini pubblici. Tu mi accompagnasti a casa. Io mi fermai sulla porta. Tu non osavi di chiedermi il permesso di montare. Ma io lo vedevo ne' tuoi occhi, gi da qualche sera. Non voleva essere io per la prima. Ma sentivo gi di amarti tanto! Allora finsi di non avere con me i fiammiferi, perch, pensai, che siccome tu non fumi, probabilmente non li avresti avuti neppur tu. Tu mi credesti senza il menomo sospetto e ti pass in mente di correre a comperarne una scatola. Ma ti ravvisasti subito quando io ti aggiunsi che in casa ne tenevo molti, ma che avevo paura a far le scale al bujo. Allora tu, sicuro del fatto tuo, ti slanciasti. Come mi balzava il cuore quando aperto l'uscio ti sentii vicino a me, respirar forte anche tu per l'emozione, mentre io fingevo di cercare su pei mobili i zolfanelli, che tenevo in tasca. Sentivo il tuo alito rovente, e sforzandoti di ridere ti tremava la voce. Io mi reggevo a stento in piedi. E se tu sapessi come fui felice che tu non abusassi di quel mio turbamento, e come mi piacque il tuo riguardo, in quella prima sera, di non chiedermi altro che un bacio sulla fronte!
Ma poi a poco a poco ti facesti ardito. Ed ora sono tutta tua!
...
Achille un giorno concep l'idea di fare con lei una scappata in campagna. Voleva che ella vedesse la sua villetta sul lago.
Avrebbe fatto mostra, ben inteso, di non arrivarci insieme a lei, per non dare sospetti al mezzadro; ma poi si sarebbero trovati, come per caso, e avrebbero passati laggi un pajo di giorni deliziosi. Al fattore avrebbe detto che era una sua cugina in vacanza a Intra o a Baveno. Una volta chiusi nella casetta nessuno sarebbe pi venuto a disturbarli. Non veduti sarebbero poi ripartiti per Milano. Ella era libera come l'aria e non doveva rendere conto a nessuno della sua assenza. Tutt'al pi perdeva due o tre giornate di lavoro. Quanto a lui il principale gli concedeva senza difficolt il permesso di assentarsi, conteggiando lungo l'anno i giorni, nel mese di vacanza a cui aveva diritto.
L'idea della scampagnata col suo tesoro, gli era venuta in un bel giorno di giugno, mentre il sole era entrato una mattina pi limpido e pi gajo del solito nella sua cameretta.
S'erano dunque dati convegno alla Stazione, avevano levati i biglietti ciascuno per proprio conto; s'erano trovati nello stesso vagone senza far mostra di conoscersi, poi sul battello a vapore ed erano discesi a Pallanza.
La casetta di Achille, a due tiri di fucile dalla citt stava a ridosso del promontorio, che si distende nel lago rimontando verso Intra. Al custode che faceva da giardiniere e da coltivatore, lasci credere che la Gina fosse una parente, venuta insieme a lui a diporto per vedere la casa. Poi gli diede una commissione per un paese lontano e lo mand via. Egli non avrebbe potuto tornar a casa che al posdomani. I due giovani si trovarono dunque liberi e padroni del campo e della casa, senz'occhi indiscreti, che potessero spiare i loro passi e i loro trasporti.
Quei due giorni di vita nuova, tra il verde, la calma, l'aria balsamica, colla vista dell'orizzonte e del lago, furono pieni di un incanto e di una felicit indescrivibili, pei due innamorati. La Gina aveva recato con s una gran sacca da viaggio, dove ci aveva messi tre o quattro vestiti d'estate e una gran quantit di biancheria e di oggetti da toilette, come se avesse dovuto passar un mese lontana da Milano. Voleva far vedere all'Achille che sarebbe stata capace anche lei di essere una signora per bene.
Quando il fattore fu lontano l'Achille mand un facchino a prender la borsa e non si pu dire con che volutt que' due fanciulli si misero nella camera nuziale a sparpagliare, a disporre, a mescere, a confondere insieme le loro robe e i loro effetti di vestiario e di toilette, quasi per crearsi sotto gli occhi il simulacro di quello che sarebbe stata la loro camera, quando fossero stati marito e moglie per davvero. Nell'armadio le cravatte di Achille erravano in mezzo alle camiciette ricamate di Gina, e la giacchetta di ricambio e i pantaloni di lui, sparivano sull'attaccapanni sotto la gonnella e il corpetto di lei.
A desinare, il giorno dopo, sarebbero andati in qualche osteriuccia della valle, sconosciuta e deserta. La Gina voleva bevere del latte anche a pranzo.
Alla sera Achille noleggi un canottino e se ne andarono loro due senza barcajuolo ad asolare sul lago sotto i raggi della luna calante.
Il mattino dopo, mentre la Gina dormiva ancora, Achille discese in giardino e colse tutti i fiori che pot trovare. I gelsomini e i rosaj ne erano carichi. Achille ne port tre ceste ricolme nella cameretta beata, e ne sparse un po' dappertutto, sul letto, sui mobili, per terra. Quando la fanciulla si svegli trovossi in una ammosfera profumata da rose e da gelsomini, in un profluvio di verde e di fiori, come se una fata benefica, per far festa al suo amore, avesse mutata la stanza in un giardino incantato.
Quel giorno lo dedicarono alla montagna. Salirono, salirono senza sapere dove sarebbero andati a finire. La Gina aveva delle ingenuit, delle esclamazioni, delle sorprese ammirabili. Talvolta la sua gioia sembrava infantile; ma quando furono in alto e la magnifica distesa del lago si spieg sotto i suoi occhi mostr d'essere donna dal cuore profondo. Si fece malinconica e disse delle frasi che un filosofo avrebbe ammirate.
Nessuno potrebbe descrivere le peripezie gioconde, sentimentali e poetiche di quelle passeggiate nei boschi di castagni, fuor dei sentieri battuti, in riva dei ruscelli, in faccia alle cascate, in mezzo a quella esultanza della natura, in una bella giornata di giugno.
Il momento davvero malinconico fu quando dovettero rifar le borse, stringere gli ombrelli nelle cinghie, per tornare a Milano.
Ma ora, che avevano trovato il modo di essere tanto felici con poco, potete imaginarvi, lettori, se non contarono di ritornarci presto!
...
.
...
CAPITOLO 5. UNA BIGOTTA.
...
.
...
Achille tre mesi dopo se ne stava adunque al suo scrittojo senza trovar modo di rispondere alla principessa, che egli aveva conosciuta da poco tempo e che si era presa di cos violenta passione per lui.
A un tratto l'uscio della sua camera, che stava dicontro alla finestra aperta, si schiuse con violenza ventilando, e un gran buffo di tramontana, che quel giorno infuriava, sollev dallo scrittojo il foglio amoroso, che travolto dalla corrente, prima che Achille riuscisse ad afferrarlo, vol fuori dalla finestra.
Il giovine si gett al davanzale, seguendo collo sguardo desioso la lettera, che aliando spiegata si era messa a discendere in larghi giri nella sottoposta strada.
Allora egli si ritrasse, attravers correndo le camere, non rispondendo a sua madre e alle sorelle, che gli domandavano dove diamine fosse avviato cos a furia, fece quattro a quattro i gradini della scala e usc dalla porta sulla via. Guardossi intorno; ma della sua lettera non c'era pi traccia. Volse la testa a dritta ed a sinistra nella contrada e non vide che cinque o sei persone, due delle quali venivano verso di lui e non potevano certo averla raccolta; e le altre che si dilungavano non avevano l'aria di tenere in mano checchessia.
A un operaio, che gli passava accanto, domand se non avesse veduto qualcheduno raccogliere un foglio di carta caduto da una finestra; quegli rispose di non aver veduto nulla. Stette ancora un po' come trasognato a pensar al mistero. Guard nelle finestre delle cantine ma le trov difese da una rete di ferro. Dove diamine la poteva essere sparita dunque?
Quando fu persuaso che non l'avrebbe trovata, rifece lentamente la via della scala, come uomo colpito dal Fato misterioso e malefico.
Dove diamine la poteva essere andata?
A questa domanda, alla quale l'Achille avrebbe cercato invano una risposta anche se avesse dato tutto il suo sangue, risponder io senza por tempo in mezzo.
...
Mentre l'Achille discendeva a precipizio i sessantaquattro gradini della sua scala, una donnicciuola che passava, si sent cadere sul naso quel foglio, e naturalmente lo raccolse. Essa stette un attimo in forse di entrare dal portinajo per deporlo a chi si doveva; alz macchinalmente la testa in alto a guardare se qualcuno lo reclamava, poi dopo avervi gettato un rapido sguardo allung il passo e scanton nella via di fianco.
Con quella sbirciata sul foglio profumato la donnetta aveva vedute le cifre aristocratiche e aveva lette le prime due parole: Adorato Achille, che erano bastate a farle prendere quella risoluzione.
In tutto ci essa non ci aveva messo n premeditazione n malizia. Era una donna tanto di chiesa e tanto devota di San Luigi Gonzaga la signora Giovannina, che non avrebbe commessa una cattiva azione per tutto l'oro del mondo! Quanto poi a restituire una lettera altrui, che parlava d'amore, e sulla quale c'era speranza di ricamare un famoso pettegolezzo non la ci vedeva questo gran male.
Dalla prima riga ella si era dunque accorta che la doveva essere una lettera indirizzata da qualche gran dama a un giovinotto amante; e non c'era voluto di pi per infonderle una voglia sterminata di sapere che cosa vi si dicesse di bello.
Giunta a casa inforc gli occhiali sulla nappa e lesse il foglio compitandolo e centellinandolo da cima a fondo.
- Catinka! Vedova d'un principe polacco! Chi sar mai? Eh, infine non sar difficile saperlo.  datata da Bel Ritiro. Dove sar questo Bel Ritiro? Sar una qualche villa. In Brianza forse? O sul lago di Como? Basta! Non sono io se non vengo a scoprire l'arcano. E questo Achille? Questo Achille, cos bello e adorato, chi sar mai?
E ne' suoi occhi piccoli e cisposi pass come un bagliore sinistro di bieca invidia.
Quelle due domande che la pinzocchera faceva a s stessa erano naturalissime. Nella sua qualit di zitellona disoccupata e devota di San Luigi Gonzaga ella avrebbe trovato assai strano che qualcuno le avesse notato che non sta bene a occuparsi troppo de' fatti altrui.
Ma che dico?
Leggere quello scritto e sentirsi invasa da un grandissimo desiderio di far del tutto per mandare a monte il matrimonio fra que' due sconosciuti, fu per la signora Giovannina un punto solo.
Dicono che l'uomo sia nato buono! Bisogna ammettere che la signora Giovannina scartasse maledettamente dalla regola, giacch dopo la frgola insoddisfatta di trovare un legittimo consorte, e dopo un amore sviscerato e nauseante per uno stupido merlo e un noioso stornello, che le tenevano compagnia, la passione mondana pi istintiva e virulenta da cui fosse dominata quella turpe zitellona era proprio quella di far del male al prossimo suo.
Essa odiava il prossimo, e sopratutto le donne belle, ricche e innamorate, per convinzione e per istinto. Sentiva l'odio per l'odio nello stesso modo che certi artisti sentono l'arte per l'arte.
Questa passione assumeva in lei molti aspetti e si estrinsecava in molti modi diversi, a seconda delle persone e delle circostanze. La maldicenza, la denigrazione, la calunnia erano per lei i mezzi ordinarj; ma, se capitava il destro, se capiva che ne valesse la pena, se la felicit degli altri faceva conflagar pi veemente in lei l'invidia e il rovello, allora era capace di spingere lo zelo cattolico ancora pi in l; era capace di scrivere delle buone anonime e di far magari delle denuncie alla Questura.
Poverina! Che colpa ne aveva lei al postutto, se il ministro di Dio, nel quale la si era imbattuta, non era un buon cristiano e partecipava della sua perversa natura? Che colpa ne aveva lei se invece di udire dalla grata del confessionale delle parole di pace, di perdono e di amore, don Calimero non faceva che aizzarla continuamente contro il secolo perverso, contro il prossimo dannato, contro i suoi simili peccatori?
E poi ella si vendicava a suo modo della sorte avversa, che l'aveva creata cos brutta, antipatica, ributtante; che non le aveva permesso, in trentanove anni di desiderj, di trovarsi anch'essa un marito od un amante, un po' pi consistente che non fosse quel tnghero d'un San Luigi Gonzaga, col suo eterno giglio fra le mani. Non che ella avesse proprio perduta del tutto ogni speranza a tale riguardo; si sa bene che la speranza non si spegne mai, nelle donne, che coll'ultimo anelito. Ma una voce intima, che prendeva sempre pi forza nel suo animo pieno di livore ribelle alla rassegnazione, la avvisava che le difficolt di quella trovata aumentavano spaventosamente ogni giorno, ed ella ogni giorno pi si dava da una parte all'amore del suo Gonzaga, e dall'altra all'esecrazione del genere umano.
...
Quella mattina tornava appunto dalla chiesa, dove era stata tre buone ore a infilar paternostri dinanzi alla imagine del principesco collotorto. Ella si sentiva l'anima leggera, ma pi che mai pronta a commettere qualche infame azione a danno del prossimo. Fin dopo le due la devozione faceva vacanza. Di solito essa impiegava quelle ore d'intermezzo nel pettegoleggiare con qualche vicina della sua stoffa, o nell'informarsi, da suo fratello, seggiolajo, che serviva in una lontana parrocchia, degli avvenimenti di quella sagrestia, del concorso dei fedeli, dei guadagni fatti distribuendo le seggiole, dell'incasso della questua, dei funerali, dei matrimonj celebrati, e via dicendo.
Ma quel giorno le si era presentata una fortuna rara. Capperi! Non era il caso di lasciarla cadere a terra.
- Ah voi due volete sposarvi? - pensava dessa riempiendosi di rap le canne del naso. - Ah voi vi siete promessi di essere felici e trionfanti? Farete i conti un po' anche con me. Tutti, tutti, dunque, saranno felici, tranne di me?
...
Erano le undici. Dunque ella aveva dinanzi a s tre buone oraccie, nelle quali avrebbe cercato di mettere a profitto il suo amor del prossimo.
- Bisogna cominciar a trovare questo signor Achille cos bello! - pens. - Questo non dovr fare molta fatica spero.
E stette a riflettere un momento.
- Ma sicuro! Che scema! So dove sta di casa!
E sorrise di compiacenza, levandosi da sedere e rimettendo mano al velo, che aveva deposto poco prima sul letto verginale.
- Della casa mi ricordo perfettamente. E, una volta che ho trovato questo Achille, trovo subito anche la principessa. Del resto anche mio fratello mi deve ajutare a cercarla. E allora dovranno far i conti con me.
Si punt il velo in testa, si fece il segno della croce, come era solita sempre quando si accingeva a fare qualche brutta azione, ed usc.
Rifece la strada fino alla casa designata ed entr sfacciatamente nella camera del portinajo.
Una zaffata di tanfo ciabattinesco le venne incontro. Era la casa dei tanfi quella!
Il Crispino, in manica di camicia, seduto sul suo sgabello, stava battendo sul ciottolo una suola di corame, in mezzo a un rinfuso di ciabatte vecchie, e di scarpe logore, da cui s'esalava l'esecrabile puzzo, che faceva tener il fiato all'Achille, quando passava per di l.
- Di grazia - domand la santeficetur - ci starebbe qui un certo signor Achille?
- Achille? - ripet il portinaio tenendo levato in alto il martello - Achille chi, Achille che cosa poi?
- Il cognome mi  sfuggito - rispose con una buona bugia la bigotta. - Ma per sono certa che sta qui.
- Allora come si fa? - sclam il ciabattino con una specie di grugnito, rimettendosi a battere la suola. - Ci saranno ottanta famiglie di vicini in casa. Staremmo freschi se dovessimo sapere a memoria i nomi di battesimo di tutti quanti.
- Eppure - ripigli la zitellona con voce che si faceva tanto pi melliflua quanto pi quella del portinaio diventava arrogante - eppure sta qui di certo.  un giovinotto molto...cio...ecco a chi piace...piuttosto bello insomma. Abita, mi pare, al terzo piano verso strada...e ha per amante una principessa.
- Una principessa! -sclam il ciabattino spalancando gli occhi in faccia alla bigotta. - Cara lei!...La vada a dire certe cose nella porta avanti. Qui non c' nessuno che abbia per amanti delle principesse.
La signora Giovannina cap d'essersi lanciata troppo avanti e cerc di rimediare al mal fatto.
- Principessa per modo di dire. Non ne sono sicura. Quello che so  che  un bel giovane.
- Che fosse mai uno dei Tiramolli? - disse il ciabattino. - Ohe Filomena? Filomena? - grid poi, alzando la testa al soffitto, formante il piano di un'impalcatura, che tramezzava la stanza a mezz'aria.
Un'espettorazione di voce flebile e roca s'intese discendere gi dall'impalcatura. Evidentemente era la voce d'una Filomena tisica, che rispondeva: Che vuoi? al ciabattino.
Ma nella sua schietta e reale espressione quel rantoloso: Che vuoi? voleva significare invece:
- Oh perch non mi lasci mai tranquilla? Non pensi dunque che io sono spedita dai medici? E tu ogni momento ricorri a me! Fammi la santa carit di lasciarmi in pace e di non seccarmi per le dannate pettegole che vengono a chiederti delle informazioni!
Naturalmente il ciabattino non cap nulla di tutto questo o finse di non capire.
Ripigli:
- Che tu sappia fra i Tiramolli c' qualcheduno che si chiama Achille?
- Ma s diamine! - rispose la voce della tisica - Il figlio maggiore.
- Ha sentito?  il figlio maggiore.
- Grazie! - balbett la signora Giovannina; e senz'altro dire usc, ripetendo per non lasciarselo sfuggire di memoria:
- Achille Tiramolli, Achille Tiramolli.
...
La curiosit, il desiderio di mandar a monte il matrimonio dei due ignoti e di nuocere altrui sarebbero per svaporati probabilmente dall'animo della signora Giovannina, giacch ella infine avrebbe dovuto far molta fatica senza trovarci il menomo tornaconto, se a rinfocolare quella triste donna e a ridestarle pi vivo il maligno progetto, anzi a mutarlo in vero proposito di vendetta non fosse sopraggiunta una circostanza inaspettata.
Parlando di quel signor Achille con suo fratello, il seggiolajo, questi le disse di conoscerlo.
- Davvero? Non me ne hai tenuto parola mai - disse la bigotta.
- Sta a vedere ch'io t'avr a discorrere di tutte le persone che conosco! Tanto pi che egli  un bellissimo giovane, e io so che tu dei bei giovani hai paura.
La signora Giovannina tir una gran presa di tabacco.
-  proprio cos bello? - domand sorridendo.
- Sicuro. E tutte le donne ne vanno pazze. Lui per  fedele ad una sola.
- La sai lunga! Forse anch'io la conosco questa una sola.
- Sicuro che la conosci - rispose il seggiolajo. - Si pu dire che l'hai veduta bambina.
- Io? Io avrei veduta bambina la principessa Catinka una gran signora laggi della Polonia.
- Ma che diamine vai farneticando?
- Non ha forse nome Catinka l'amorosa di questo signor Achille? Non  forse una principessa polacca?
- Ma che Catinka, che principessa, che polacca! - sclam il fratello. - L'amorosa del signor Tiramolli si chiama Gina, ed  una buona meneghina come noi due.  la giovine maggiore di madama X...
- Ti dico che si chiama Catinka!
- Ti dico che si chiama Gina!
- Oh per bacco! - sclam la bigotta traendo di tasca la lettera. - Sei un bell'ostinato. Leggi.
- Allora  segno che ne ha due - sclam il seggiolajo dopo aver letto. - Quella di cui intendo parlar io  la Gina Malli, che stava, con suo padre macchinista e con sua madre la signora Cleofe, nella casa sul Terraggio di contro a quella dove stavi tu una volta, saranno ora otto o nove anni.
- Come! - sclam la pinzocchera con interesse crescente - sarebbe mai la figlia di quella smortona d'una signora Cleofe, che mi voleva uccidere il merlo, mi voleva?
- Brava, e con cui hai avuto a litigare anche in causa dello stornello, che le era volato in casa, e che non te lo voleva pi restituire.
- Ah se fosse vero! - grid con voce fessa per l'emozione, che gi le aveva suscitata nell'animo l'idea della vendetta postuma. - Quella brutta strega! E tu dici che sua figlia  l'amorosa di questo signor Achille?
- Ne son certo. Li ho veduti spesso insieme, sai, con quel fare e con quell'andatura che non sbagliano.
- Saresti buono di accertartene?
- Per che fare?
- Lo so io. Non sai che quella donna ebbe il coraggio di mettermi le mani addosso, ebbe il coraggio?
- Lo so, lo so, che le hai prese allora, e secche. Te ne ricordi ancora?
- Lo sai che il termine pi decente che la mi scagli fu quello di morbo da fogna?
- S, ma ora  morta, Jesus per l'anima sua!
- Jesus un cavolo! Io non ci pensavo pi, non ci pensavo; ma giacch tu me l'hai rimessa in mente... proprio vero che Dio non paga il sabato!
E stabaccando nervosamente, tutta giuliva, ripigli:
- Non dico...non vorrei far peccato...s: Jesus per l'anima sua, perch lei  morta; ma ti giuro che i vivi l'avranno a pagare per lei. L'avevo qui la lisca in gola di non potermi vendicare. Questa Gina, che tu dici, che allora poteva avere un nove o dieci anni, io non l'ho pi veduta di poi; non sapevo che fine avesse fatto. Ma se ora la ritrovo, ti dico io che ci ho tanto in mano da farla ballare a conto delle ingiurie e delle busse di sua madre.
- Come! - disse il seggiolajo che in fondo, quantunque bazzicasse coi chierici, non era un cattivo soggetto del tutto. - Vorresti prendertela colla figlia per amor della madre morta? Dove hai la giustizia?
- L'ho in fondo alle calcagna la tua giustizia? - rispose la signora Giovannina....
Ma qui siccome cap di aver trasceso e d'essersi lasciata portar via dalla bizza, fece atto di pentirsi e di rientrar in s stessa.
Disse a suo fratello:
- No, no, ho scherzato. Non voglio prendermela con lei. Anzi voglio farle del bene, voglio avvisarla come si deve.
- Umh! - fece il fratello. - Questo poi!
E per quel giorno il dialogo non ebbe pi seguito perch entr un'altra pettegola a troncare l'argomento.
...
.
...
CAPITOLO 6. IL TRANELLO.
...
.
...
Cinque o sei giorni dopo, in una camera dell'albergo Manin, a primo piano, tre eleganti giovinotti sdraiatisi lunghi e distesi sulle poltrone, dopo aver fatta colazione, stavano a colloquio.
Il cameriere aveva gi sparecchiata la tavola, e aveva portati i sigari e il candelliere colla macchinetta per arrostirli; e dopo avere versato il caff stava per ritirarsi con discretezza, quando quello dei tre, che pareva l'anfitrione, giacch era in veste da camera, gli disse:
- Quando viene il sarto, mandamelo di sopra subito.
- Sar servito.
Allora la conversazione, che era stata fino allora spezzata dall'andirivieni del cameriere, riprese il suo libero corso.
- Io ho studiata la principessa - ripigli il padrone di casa - e ho capito che a farle passar l'amore pi vivo basta una piccola circostanza, che getti un'ombra di ridicolo sulla persona che essa distingue.
- Hai detto che  arrivata la principessa?
- Sicuro. Ieri sera con me.  qui al numero 3 e 4, a sinistra della scala.
- E dunque?
- Dovete sapere che questo blanc bec, di cui ella va come pazza,  un giovinetto di vent'anni, impacciato come un pulcino nella stoppa e ingenuo come un'educanda di monastero. Io ho pensato il trucco. Lo voglio mostrare alla principessa cos ridicolo, che essa abbia a scapricciarsene sul momento. Il sarto  della mia.  un giovine del Prandoni, che ha messo sartoria del suo e che serve questo signor Morandi. Io gli ho promesso un bel regalo se gli riesce di fargli indossare un certo saltamindosso che  un giojello di ridicolezza. Quando verr il sarto vedrete.  andato a farsi prestare il suo dal Ferravilla; quello sapete che egli indossa nel Nodar e Perucchee. E l'ha copiato tal quale. La principessa ha sempre riso del Pedrin nel Nodar e Perucchee e del Pedrin in quarella. Figuratevi, quando vedr il suo Adone adorato, comparirle dinanzi seriamente cammuffato come il Ferravilla! L'effetto  immancabile.
- Il difficile sar a indurlo a indossare questa sgoma - osserv uno dei due commensali.
- Appunto. Ma egli  cos timido che non sapr dirgli di no.
- E tu conte, che sei un vecchio don Giovanni - disse l'altro dei due invitati - ti sei lasciato scavalcare da un simile ragazzo?
- Eh mio caro!! - rispose il Laschi facendo cadere col dito mignolo un cilindretto di cenere dalla punta del suo virginia in un piattello sulla tavola - non  stato lui certamente che mi ha scavalcato. Fu il capriccio di madama. Sai bene le galline vecchie amano i ragazzi. Non ti nego del resto che  un gran bel giovinetto. Or ora lo vedrete anche lui, perch spero che Gismondi ci riesca a condurlo qui col pretesto del duello. Egli possiede una casetta a mezzo miglio dalla villa, che la principessa ha comperato lo scorso luglio; e io mi accorsi fin dal primo momento che essa lo vide, che la gallina mi voleva far un uovo fuori del paniere. L'effetto che egli le produsse fu davvero fulminante. Ci accadeva in agosto, il mese scorso. Noi andavamo al lago. Essa mi dava il braccio, e incontrammo il Morandi sul viale. Ebbene io la sentii tremare come se avesse ricevuto una scossa elettrica. - Che avete principessa? Siete pallida! - le dissi poco dopo. - Nulla, mi rispose lei. - Ma avete veduto, conte, che magnificenza? disse proprio magnificenza, d'un giovine? E si volse indietro per vederlo ancora alle spalle. - Che figura distinta! Che occhi di paradiso! Io capii d'essere spacciato; ma feci finta di nulla. Anzi la tenevo a bocca dolce e facevo l'elogio del giovinetto, che io non conoscevo n punto n poco.
- Che boia d'un conte! - sclam uno dei due ascoltatori ridendo fragorosamente.
Era un artista, un pittore di generi....mangerecci.
- La stessa sera il bell'Achille era gi da lei. Essa lo aveva mandato a chiamare, col pretesto di comperare da lui una piccola riquadratura di un campicello, che la principessa si ostinava a credere confinante col suo parco.
-  una donna spicciativa questa signora principessa - osserv quello dei due che non la conosceva.
- Ah non  polacca per nulla! - rispose il conte Laschi.
- E dunque?
- Dell'affare del fondo non si concluse nulla, perch il Morandi non aveva nessuna intenzione di vendere. Il giorno dopo egli ripart per Milano senza forse accorgersi che la gran dama ardeva gi di lui. Da quel giorno ella mi mise totalmente da parte, e poco dopo corse a Milano anche lei. Quella volta per non credo ch'ella riuscisse a parlargli. Quando seppe che egli sarebbe tornato sul lago la settimana scorsa, anche lei torn fuori ad aspettarlo. Io sempre impassibile ero rimasto al mio posto fingendo sempre di non accorgermi di nulla. Guai a me se avessi mostrato soltanto la punta della coda di gelosia. La mi mandava a cento mila diavoli. Io sono d'avviso che tutta la scienza del riuscir in galanteria sta nel saper aspettare.
- Si trovarono dunque?
- Altro che! La principessa s'era fatta amica perfino del fattore della casa di Morandi. Andava a comperar i fiori di cui non sapeva che farne, ond'aver il pretesto di visitare il nido dell'adorato garzone. Oh amore! Quando si mise a piovere, or saranno due settimane, ella mise addosso un grande spavento al villano, che il ruscello producesse l'inondazione, e lo consigli di scrivere al suo padrone di venir fuori. E lui venne. E fu allora che accadde lo sdrucito.
- Ci siamo!
- Seppi che ella ci era riuscita a trattenerlo una notte intera in castello.
- Ah la biricchina! - sclam il pittore.
- Sicuro. E prima ch'egli montasse sul battello la vidi io stesso consegnargli una lettera nella quale...chi sa...chi sa...
- Eh, sar, stato magari un qualche biglietto da mille!
- Fortunato mortale!
...
Due colpetti battuti colla nocca del pollice sull'imposta dell'uscio fecero rispondere al conte un:
- Entrez - sonoro, accompagnato da un duplice sguardo di intelligenza a' suoi due invitati.
- C' il signor Sperindio - disse il cameriere.
- Passi.
Il sarto entr col suo involto sotto il braccio.
- Bravo! - disse il conte - l'avete portato?
- Sissignore - rispose il sarto, deponendo l'involto sul tavolo e sciogliendone i nodi.
- Vediamo!
- Vediamo!!
- Vediamo!!!
Il signor Sperindio pigli per la scollatura l'abitino che aveva portato con s, e lo sciorin dinanzi agli occhi dei tre signori.
- Oh carino! - sclam il pittore pel primo.
- Cos, per, non si pu capir bene - disse il conte. - Proviamolo.
E, trattasi di dosso la veste da camera, infil le maniche di quel guarnacchino strozzato, e suscit negli astanti uno scoppio unanime di ilarit.
Anche il sarto non seppe trattenersi.
- Il difficile sar proprio a farglielo indossare.
- Ci penso io - disse il sarto. - Del resto  da notare che il signor conte  un poco pi complesso del signor Morandi Tiramolli. Al signor conte quasi quasi non passano i bracci dalle maniche.
- Ah sei tutto da cogliere! - sclamava il pittore nel suo gergo paesano.
- Del resto io lo conosco il mio pollo - prosegu il sarto - e so che a saperlo pigliare gli si fa fare tutto quello che si vuole. Egli non oser di rifiutare, perch far mostra che ne va della mia riputazione se lo lasciassi vestito dell'abito che ha indosso.
- Ah bravo, ben pensato! Se non altro per delicatezza dovr lasciarsi acconciare con questo.
- Sapete che cosa vi ho promesso nel caso che ci riusciate - disse il conte parlando al signor Sperindio.
- Fa bisogno? Non me ne parli. So il mio dovere. Si discorre che sono ormai 22 anni che io ho l'onore di servirla, signor conte, prima come giovine e ora come principale....
- Ventidue anni pur troppo! E allora quando voi mi portaste il primo abito in casa ne avevo ventisei! Bei tempi!...Ma - ripigli - il ragazzo pu star a momenti; dunque sar bene che non vi lasciate trovar qui. Se non avete fatta colazione vi prego di accettarla. Scendete che ho dati gli ordini opportuni.
Il sarto rinfardell il saltamindosso, salut i tre compagni ed usc.
...
.
...
CAPITOLO 7. LA PRINCIPESSA.
...
.
...
La signora Catinka Downiatowska, arrivata a Milano la sera dianzi, si svegliava nel suo letto del numero 4 nell'albergo Manin, si stirava dolcemente come una gatta, allungando prima un braccio poi l'altro, terminava il lungo sbadiglio incominciato collo stiramento e suonava il campanello.
Mary, la sua cameriera, un'irlandese, accorse.
- Che ora fa? - le domand. Ma poi senza aspettare la risposta soggiunse:
- Come mi trovi stamattina?
- Bellissima! - rispose Mary.
- Adulatrice; tu mi rispondi sempre cos. Dammi lo specchio, e va a chiamare Giovanni.
La cameriera le diede lo specchio e usc senza replicar parola.
Intanto che Giovanni arriva e che la principessa si guarda e si riguarda nel suo specchietto vediamo chi essa sia.
Come dai resti di un castello medioevale si pu argomentare della bellezza e della importanza della rcca intera, se questa fu guelfa o ghibellina, se del mille del trecento o del cinquecento, cos dal viso della principessa non ancora rifatto dalla toilette si poteva avere un'idea di quanto ella doveva essere stata piacente e bella. C'erano nel suo occhio, nel naso leggermente aquilino, nella bocca voluttuosissima ma aristocratica, e sopratutto nelle sue mani impareggiabili, dei segni tali di razza nobilesca, che non si sbagliava punto a crederla discendente da qualche Sobiesky o da qualche Poniatowshi.
Ella usciva infatti da una delle prime famiglie di Varsavia e aveva sposato a diciannove anni il principe Downiatowski, il quale da poco tempo reduce da Pietroburgo a' suoi feudi s'era innamorato di lei. A suo gran malcosto davvero! Giacch poche mattine dopo il matrimonio egli era stato mandato dallo Czar nientemeno che a far una gita in Siberia, dove era stato relegato per la vita.
La causa di questo castigo terribile, giacch gli fu anche proibito di condur seco sua moglie, non era punto politica. Era n pi n meno che una vendetta galante. Una principessa della casa imperiale, a cui il principe aveva mancato di fede, sposando la contessina Catinka Voloweska, dopo aver avuto l'immenso onore di essere stato da lei preferito fra tanti magnati russi, gli aveva giocato quel ladro tiro.
Catinka ringrazi di tutto cuore la provvidenza che aveva ispirato allo Czar l'idea di non permetterle di seguir suo marito nell'esiglio. Si trov dunque vedova, a diciannove anni, e straricca; giacch al castigo non era seguita la confisca e i beni di suo marito erano scaduti a lei. Ella non amava il principe; non si diede quindi gran cura di tentar di liberarlo. Ella sapeva, d'altronde, che, ogni sforzo da parte sua, in questo senso, avrebbe strette pi fortemente le catene di suo marito.
Annojandosi a Varsavia, dove era tenuta d'occhio dai parenti del principe e dai proprj, ella part un bel giorno per Parigi dove la sua comparsa fu un avvenimento.
Si discorre che questo accadeva negli anni pi splendidi della potenza di Napoleone III.
La bellissima principessa polacca quasi vedova, sulle prime si port bene. Ma chi avrebbe trovato il segreto di persistere in quella enorme corruzione del secondo impero?
La natura ardente, fantasiosa, vivissima di Catinka non poteva certo star alle mosse. E apr la marcia de' suoi mille amanti collo stesso imperatore; e dopo lui nessuno pi li cont.
...
Nel 59 ella si era innamorata di un capitano di cavalleria a cui tocc scendere in Italia coll'esercito dell'alleanza. Essa lo segu.
All'ospedale di Brescia il nome della principessa Downiatowska lo si ricorda ancora come quello di un angelo benefico. Il capitano ferito mortalmente a Solferino vi fu curato da lei con una devozione da suora di carit innamorata. Quando fu morto essa gli fece erigere un monumento nel camposanto di quella citt e port il lutto per un anno intero.
Un bel giorno scomparve di Lombardia e nessuno seppe dire dove si fosse involata. Per farsi passar l'amore essa and a stabilirsi a Nizza d'onde faceva delle gite giornaliere a Montecarlo. Il proverbio che dice: sfortunato in amore fortunato al giuoco, per lei non ebbe impero. Essa perdeva regolarmente dai quindici ai ventimila franchi per settimana, che il suo uomo di affari le spediva da Varsavia non senza una grandissima sorpresa ch'ella avesse bisogno di tanto danaro, oltre l'assegno ordinario.
A Nizza, per distrarsi, s'era data anche alla buccolica. Secondata da un eccellente cuoco francese ella invent varie salse squisite, che presero nome da lei. Quando non era al tappeto verde di Montecarlo ella passava la maggior parte del suo tempo sdrajata su un divano a fumare delle sigarette, a suonare un liuto antico, comperato a Milano dalla Arrigoni, e a digerire i tre pasti superlativi. Con questo sistema di vita essa ingrass, senza perdere troppo della sua bellezza. Allora aveva 25 anni.
Ma tutto passa a questo mondo e nel cuore della gran dama era passata anche la memoria dell'amore pel suo capitano dei Cacciatori d'Africa. Chi muore giace e chi vive si d pace!
Allora ricominci per lei una serie interminabile di avventure, tanto che quando le arriv nel 64 la notizia che il suo povero principe era morto in Siberia, ella non avrebbe pi potuto contare gli adulteri sulla filza sterminata.
Nel 1879 ella era tornata a Milano da Londra, dove era stata sfruttata da un comico, il quale l'aveva piantata in asso, dopo averle beccati una trentina di mille franchi in pochi giorni.
I quarantacinque anni e l'ultima delusione le avevano ispirata una gran voglia di quiete e di calma. Ella poteva disporre ancora di un centinajo di mille lire all'anno, da quattrocento mila che gliene aveva lasciati il principe.
Decise dunque di mutar vita e di ritirarsi dal mondo. L'idea del monastero le brill per un giorno intero. Ma vi rinunci subito. Risolse di andar a vivere in campagna per allevar dei conigli e coltivar dei fiori. Un giorno lesse, nella quarta pagina della Perseveranza, che sul lago maggiore c'era da vendere una villa, un cos detto castello, con parco e giardino. And a vederlo, le piacque e lo comper.
...
Il conte Laschi era uno spiantato, che viveva a stecchetto in un villaggio vicino al castello, con dieci franchi giornalieri, che gli passava sua sorella maritata ad un banchiere, col patto che a Milano non si lasciasse vedere pi di tre giorni di fila.
Laschi aveva scialacquato tutto il suo e si era acconciato a vivere l in campagna d'estate e d'inverno, vestito di frustagno, colla interessante compagnia dello speziale e del segretario comunale.
Egli per s'era salvato un certo capitaletto segreto, di una quarantina di mille franchi, assai bene allogato, la rendita del quale, circa tremila lire, gli serviva a rifare il gran signore una ventina di giorni a Parigi, a Torino, a Roma. Durante l'anno egli aveva la forza di non toccarla. Spendendo le tremila lire in venti giorni, egli s'illudeva d'essere ancora un milionario.
Quando la principessa capit nel castello il conte si ricord di averla conosciuta ne' bei tempi a Parigi, e da gentiluomo consumato si affrett a farle i suoi omaggi e a offrirle i suoi servigi. Egli fu accettato con benevolenza. La principessa non gli dissimul d'essere stufa di far la vita girovaga e avventuriera, e che avrebbe desiderato di mettersi quieta una buona volta in un chez soi aggradevole e onesto. Il conte annas subito un superbo affare in quelle disillusioni della vedova milionaria e incominci a fare la sua corte in regola, molto discreta, molto prudente, molto diplomatica, nella dolce speranza di non essere disturbato da nessuno.
Ma l'uomo propone e il Caso dispone - dicono coloro che al posto di Dio mettono il surrogato dei materialisti.
Achille s'era mostrato e la principessa, accesa d'un tratto per lui di furibonda passione, malgrado i suoi 45 anni, malgrado i proponimenti di non voler pi peccare, malgrado le promesse di voler essere tranquilla fatte al conte Laschi, aveva rovesciate d'un colpo le speranze del suo maturo aspirante.
Il resto lo abbiamo saputo poc'anzi da lui stesso.
Quando la principessa gli disse di voler andare a Milano egli si offerse di accompagnarla. Non c'era una ragione per rifiutare.
Ed erano venuti a Milano.
...
Il cameriere entr.
- Che cosa mi comanda la signora principessa? - disse quel furbo, che avrebbe dati dei punti a Tayllerand.
- Conosci il conte Laschi?
- Diamine.  alloggiato al 12!
- Vedi questi napoleoni d'oro qui sul tavolino da notte?
Giovanni si curv, li numer con un rapido sguardo poi rispose:
- Li vedo.
- Questi saranno tuoi se mi saprai servire a dovere.
- Non sar la prima volta.
- Io ho bisogno di sapere per filo e per segno ci che fa e ci che pensa il conte Laschi.
- La cosa  tutt'altro che impossibile.
- Ma  difficile.
-  sempre difficile saper bene ci che pensa un gentiluomo.
- Per te ne incarichi?
- Lei sa, signora principessa, che per esserle utile io andrei anche a rischio di farmi bastonare.
- Esigo che tu mi tenga informata di tutto di mezz'ora in mezz'ora.
- Lei sar servita.
- Questi sono per caparra.
E gli mise in mano due napoleoni d'oro sonanti.
La principessa odiava la carta.
- Grazie signora principessa.
- Il resto verr di mano in mano.
- La ringrazio. Comanda altro?
- No. Va e fa le cose per bene.
- Volevo per avvisarla d'una cosa...giacch ella principessa... cos buona...
- Parla. Che c'?
- Poc'anzi il signor conte...mi ha messo in mano un venti franchi...in carta per...e m'ha incaricato di fare verso di lei precisamente la stessa cosa che lei m'ha comandato di fare verso di lui.
La principessa si lev a sedere sul letto, collo sguardo truce...
- Non la si inquieti - disse Giovanni - Ella capir che se io avessi cattive intenzioni avrei taciuto. Io ho accettato per non dar sospetti.
- Hai fatto bene - fece la principessa rimettendosi a giacere. - Allora mi fido di te. Va che non c' tempo da perdere, e mandami la cameriera che voglio alzarmi.
...
.
...
CAPITOLO 8. COME SOTTRARSI?
...
.
...
Quello stesso giorno Achille usciva di casa verso le nove, per correre all'appuntamento mattinale della sua Gina, ch'egli soleva veder sempre prima di andar alla banca.
Alla lettera perduta egli non ci aveva pensato pi che tanto. Colla fanciulla non aveva fiatato della sua avventura, sperando che la dovesse svanir in fumo da s. Alla principessa non aveva risposto nulla, proponendosi di aver il coraggio di cantarle il fatto suo a quattro occhi se per caso ella avesse fatta la imprudenza di venir a Milano a...seccarlo, e non l'avesse potuta schivare.
Come avviene sempre dei caratteri deboli egli si lasciava cullare dalla lusinga del meglio senza far nulla per ottenerlo. Fidava negli eventi, senza pensare che gli eventi lasciati a loro stessi sono quasi sempre traditori.
Ma aveva ventidue anni ed era onesto e ingenuo come una colomba!
Forse a qualche lettore parr strano che due donne avessero potuto innamorarsi a quel modo d'un uomo cos primitivo.
Mostrerebbe di non conoscere le donne.
Innanzi tutto, come si sa, Achille era bellissimo. E questo per molte donne basta.
Ma non sarebbe bastato per la Gina se insieme alla bellezza non avesse scoperte in lui delle doti che l'avevano affascinata.
La debolezza di carattere, che in faccia agli uomini  cosa ridicola, si trasforma talvolta in altrettanto merito in faccia al gentil sesso, giacch essa non  mai scompagnata da tutto ci che piace appunto alle donne gentili come la Gina.
Egli era affettuosissimo, poetico, entusiasta, e d'una rettitudine di sentimenti pi unica che rara. I discorsi ch'egli le teneva formavano dei veri e sinceri ditirambi, che toccavano ed esaltavano il cuore della buona fanciulla.
E poi che serve?
Se tutte le donne dovessero innamorarsi di chi ha soltanto le spalle tarchiate e i pugni pronti, otto decimi degli uomini potrebbero disperare di aver un'amorosa.
La Gina era una fanciulla seria ed energica, e nella dolcezza quasi femminile del suo Achille, nelle sue gentili espansioni, e nella delicatezza piena di riguardi e di rispetti, essa aveva trovato delle attrattive sconosciutissime a certe signore, che, al disopra d'ogni cosa, mettono invece i muscoli d'acciajo.
Codeste logiche sull'amore si risolvono sempre nel detto latino: de gustibus non est disputandum. Il cercare, colle fisime del ragionamento, i perch dell'amore sarebbe un disconoscere le leggi bizzarre e spesso assurde di questo sentimento sovrano, che gli antichi raffigurarono bendato sugli occhi.
Pi si ragiona e pi si affonda.
Dieci anni di proteste, di servizi, di doni, di spasimi lasciano indifferente una donna. La stessa per un fiore dato con grazia, per una parola arguta o incisiva, s'accende d'amore. Trovatemi una legge se siete capaci!
...
Sulla soglia della porta Achille s'abbatt in un tale che andandogli incontro a braccia aperte gli disse:
-  il cielo che me lo manda! Caro signor Morandi, lei mi conosce, non  vero?
- Mi pare - disse il giovine titubando.
- Sono Gismondi. Si ricorder d'avermi veduto una sera del mese scorso l dalla principessa Downiatowska.
- Ah - sclam Achille agrottando involontariamente le sopraciglia -  vero. A Milano lei?
- Sono arrivato ieri, e lei  il primo conoscente che mi sia stato dato di incontrare. Non c' dunque pi nessuno a Milano?
- Eh sa bene! Siamo in settembre.
- Io sono venuto a mettermi nelle sue mani.
- Nelle mie mani?
- Se lei non mi aiuta io sono un uomo perduto.
Achille pens subito che colui volesse chiedergli del danaro.
- Di che si tratta, mio Dio! - chiese con interesse, consigliato dalla sua solita nobilt d'animo.
- Jeri sono venuto in questione all'albergo col conte Laschi...ch'ella conosce, non  vero? e nel bisticciarci  corso anche uno schiaffo.
- Ahim! - sclam Achille colpito da quella parola, che a lui pareva una cosa cos fuori di ogni limite.
- Uno schiaffo  una cosa molto seria!
- Pur troppo! - disse l'altro - Ed  per ci che come lei pu immaginarsi io mi trovo in una angustia atroce.
- Il suo avversario  dunque quell'antipatico di un conte Laschi?
- Precisamente.
- Se non altro - prosegu Achille - ella pu vantarsi di avere gustata una volutt che a me, per esempio, sar vietata in eterno.
- Come dice?
- Lei sa che il conte Laschi non  sul mio libro.
- Oh lo so e a ragione. Egli  infatti il pi maldicente uomo ch'io conosca. Se sapesse che cosa ha detto anche di lei!
- Oh, si sfoghi pure!
- Ci che non ho capito - osserv il Gismondi -  la volutt di cui ella parlava?...
- Gli schiaffi, in generale, io non li approvo, n sarei capace di darne - disse Achille. - Ma giacch fu dato, e ormai nessuno potrebbe tirarlo indietro, meglio al Laschi, dico io, che a chiunque altro.
- Al Laschi lei dice?
- Ma s; non m'ha ella detto di aver dato uno schiaffo al Laschi?
- Ma no - fece il Gismondi con un accento pieno di verit - Capisco che non mi sono spiegato bene! Non sono io che l'ha dato a lui.
- No? A chi dunque?
- Sono io che l'ho preso dal conte.
- Allora  un altro paio di maniche! - sclam Achille. E ridendo prosegu:
- In questo caso capisco perfettamente che sarei stato capace anch'io.
- Dunque ho sommo bisogno che lei mi faccia da padrino.
Achille alz in viso di Gismondi gli occhi sgranati e pieni di una meraviglia sincera.
- Io non sono capace - disse - di rifiutarmi mai quando si tratti di giovare agli altri. Ma in questo caso sono obbligato a confessarle che io non ho mai assistito a nessun duello.
- Non importa - disse Gismondi - Lei e un altro amico mio sono le due sole persone che io conosca a Milano. Anche l'altro non ne sa nulla delle regole cavalleresche, ma come dico non importa. Il caso  tale che non si tratta di discutere le regole, si tratta di fare quattro colpi di sciabola, o qualche tiro di pistola e tutto  finito.
...
Nell'animo di Achille accadeva intanto una specie di ribellione confusa di sentimenti, di idee e di affetti.
Del duello egli si era fatta un'idea gigantesca.
Da un lato dunque egli si trovava come lusingato d'esser scelto come padrino e provava una certa curiosit di entrarci, per vedere che cosa fosse davvero questo duello, di cui aveva sentito a parlare tante volte come di cosa misteriosa, proibita e pericolosa. Dall'altra l'idea appunto di trovarsi in mezzo a quel pericolo e a quel mistero gli metteva indosso un certo sgomento.
Aggiungi la coscienza di non saper nulla delle regole necessarie per far la propria parte con onore in quei frangenti che gli si presentavano alla fantasia assai pi solenni di quello che siano realmente nella massima parte dei casi; il pensiero di trovarsi di fronte al conte Laschi, che gli era cordialmente antipatico pel suo fare spavaldo e canzonatorio; il timore che suo padre venisse a sapere ch'egli si era lasciato tirar in quell'imbroglio; l'angustia di mancar all'appuntamento della Gina. Si metta tutto questo insieme e s'avr un'idea di ci ch'egli andasse volgendo in testa mentre l'altro parlava.
La conseguenza di quel complesso di pensieri fu che gli conveniva di esimersi. Ma gli  qui appunto che la difficolt cominciava pi fiera! Di dire a Gismondi assolutamente un bel no egoista e perentorio non c'era neanche da pensarci.
Tent di girargli intorno:
- Io penso - disse - che in un affare cos grave, tutti avrebbero ragione di darmi del leggero e dell'imprudente se io accettassi di...
L'altro non gli lasci finire la frase.
- I padrini del conte sono gi avvisati che io a Milano non potrei trovare, in questa stagione, degli uomini pratici, e che non ero certo di trovare che lei e quell'altro mio amico che ha gi accettato. Dunque se lei mi dicesse di no io sarei un uomo disonorato. E poi, come le ho detto, non si tratter di discutere, ma soltanto di ascoltare le loro condizioni e di accettarle. Lei sa che i padrini bisogna presentarli entro le 24 ore. Dal momento dell'insulto ora ne sono gi passate quasi 20. Non ho dinanzi a me che quattro ore. Se lei mi manca a me non resta che di farmi saltare le cervella.
Messo alle strette cos il giovane non ebbe pi parola per rifiutarsi.
- Chi sono i padrini del suo avversario? - domand.
- Sono un certo Landi e il pittore Camogli.
- Non conosco n l'uno n l'altro - disse Achille - Ma questo sarebbe il meno. Per me la difficolt enorme sta nella condotta che dovr tenere.
- Ma caro lei - sclam Gismondi - la pensi poi che non si nasce padrini, e che non si ha la scienza infusa dei duelli. Tutti dunque a questo mondo avranno fatta la loro prima carovana.
- S - replic Achille con molto buon senso - ma le osservo anche, che si pu cominciare la prima carovana come apprendista, sotto la direzione di un pratico; mentre nel mio caso se non erro il pi pratico dovr essere io che non conosco nemmeno l'abbic della cerimonia.
- Bene senta - ribatt Gismondi - Per ora il necessario  che qualcuno si presenti, per non lasciar scadere il tempo utile, giacch non vorrei che il conte credesse che mi sono ritirato. Del resto, le ripeto, non fa bisogno di sapere. Lei lascer parlare i padrini del conte, e risponder sempre di s a qualunque proposta dovessero fare. Essi, come sfidati, hanno diritto alla scelta delle armi. In tal modo la cosa si semplifica e io la levo d'impiccio. Quanto al luogo ci penso io.
- Dovr dunque accettar tutto?
- Tutto. Anche il cannone se vogliono. Anche la dinamite.
- E dove sono questi signori ad aspettarci?
- All'albergo Manin.
- E il mio compagno dove lo troviamo?
- Passando dal caff Biffi. Sar l fuori seduto ad attenderci.
- Allora non so che dire. Andiamo.
E s'avviarono.
...
Prima di passar dal caff Biffi per levarne il compagno che Gismondi gli aveva destinato, di una capata nello studio e avvis il principale che per quel giorno era obbligato ad assentarsi.
Al Biffi trovarono l'altro padrino e si diressero verso l'albergo Manin gi per la via Manzoni.
Al nostro giovine eroe mordeva il cuore di non aver potuto avvisare la sua Gina di non aspettarlo. Fu l l per pregare Gismondi di fargli l'imbasciata, ma smesse subito la idea. L'amore per la sua fanciulla era in lui cos delicato, che gli sarebbe parso di offenderlo mettendone a parte un indifferente.
Del resto Gismondi non la conosceva. Come avrebbe potuto ravvisarla?
Giunti sulla porta dell'albergo, Gismondi si conged da' suoi due secondi con una gran stretta di mano, dando loro la posta per le tre al solito Biffi. Achille rileggendo i biglietti di visita dei padrini avversarj entr.
- In che imbroglio mi son messo! - pensava - La Gina mi aspetter invano. Chiss quanto tempo ci vorr per sbrigare questa faccenda?
Appena ebbe chiesto al cameriere notizia del conte Laschi e de' suoi due amici questi lo invit a seguirlo dicendogli ch'era aspettato da un pezzo.
Questa frase cominci a turbarlo. Ma pens subito che la colpa non era sua e si fece coraggio.
Fu introdotto nella camera dove poc'anzi abbiamo trovato riuniti i tre amici corbellatori, i quali si levarono in piedi con una certa solennit.
- Morandi! - sclam il Laschi fingendo una grandissima sorpresa - Che buon vento? Ella  venuta a cercare di me, o forse forse di un'altra persona assai pi interessante di me?
Achille, il quale ignorava che la principessa era venuta a Milano la sera prima, non cap l'antifona del conte.
Rispose dunque molto naturalmente.
- Io e questo signore, veniamo da lei da parte del signor Gismondi.
- Ad davvero? sclam il Laschi. Loro due sarebbero dunque i padrini di quel signore?
- Per servirla.
- Allora  un altro affare! Oh chi mi avrebbe detto che avremmo dovuto incontrarci a Milano per un cos brutto affare? Un affare in cui dovranno scorrere fiumi di sangue!
Achille non rispose. Era pallido. Il cuore voleva balzargli dal petto.
- Dunque quand' cos - riprese il conte - io vi lascio qui voi quattro e vado a trovare la principessa.
Ed usc, zuffolando a sordino: "Di tanti palpiti, di tante pene."
...
I due padrini stettero zitti, immobili, quasi minacciosi.
Il giovine prese il po' di coraggio, che gli restava, a due mani, e aperse bocca:
- Noi siamo venuti per sentire quali sono le loro intenzioni.
- Noi? - sclam uno dei finti padrini di Laschi. - Che intenzioni vuol ella che sieno le nostre? Ella conosce i versi di Metastasio:
Schiaffo da man sfuggito
A richiamar non vale,
Non si trattien lo strale
Quando dall'arco usc.
- Io debbo far loro una dichiarazione, la quale credo che non pregiudicher in nulla la posizione del signore che ho l'onore di rappresentare....
- La dica pure.
- Io dir loro sinceramente di non essere molto pratico di queste cose...
I due padrini del Laschi scambiarono un piccolo segno d'intelligenza. Achille lo vide ma fu ben lontano dal sospettarne il senso vero.
- Il signor Gismondi  l'offeso - continu Achille - e aspetta dal signor conte Laschi la dovuta riparazione.
Questo esordio era in perfetta regola.
- Non mi sembra poi questo gran baggeo che ci voleva far credere il conte - pensavano fra loro i falsi padrini - Vediamo di metterlo in imbarazzo.
- Ecco! - ripigli a voce alta quello dei due che non aveva ancora parlato - Lei sa che il nostro dovere  quello di tentare, prima di decidere se si deve venir al sangue, di tentare dico le vie della conciliazione, di esperire i mezzi possibili d'una composizione salvo l'onore dei nostri due rappresentati.
Al giovane neofito, questa massima parve cos giusta e cos santa, che non gli pass pel capo di contrariarla, ancorch si trattasse di lavare l'onta d'un supposto schiaffo.
Accett che si facessero delle proposte di accomodamento.
Una seconda occhiata pi maligna della prima fu scambiata fra i due burloni.
- Lei sa - continu un d'essi - che trattando di queste cose  necessario di andar a cercare di chi sia stato il primo torto.
La massima, come ognuno sa,  sbagliatissima. Ma colui la mise avanti per vedere come se la sarebbe cavata il giovinetto.
Il quale stette un minuto secondo pensieroso poi disse:
- Domando perdono se non sono del suo avviso. A me pare che essendo di fronte ad un fatto compiuto non convenga di andar a rimestare ci che vi ha dato causa.
Un padrino provetto non avrebbe potuto rispondere meglio di cos. I due soci che credevano di star di contro a un imbecille e che s'erano ripromessi di goderlo un tantino restarono disorientati.
- Nondimeno - ripigli Achille - se loro sono di avviso che ci sia speranza di venire ad un accomodamento non saremo certo noi due che ci opporremo, non  vero?
E si volse a consultare il compagno.
Questi faceva proprio l'uomo di paglia. Sdrajato immobile come un pagode giapponese teneva le due mani intrecciate sul ventre e si dedicava all'innocente esercizio dei due pollici giranti or da una parte ed ora dall'altra intorno a s stessi.
Vedendosi consultato f un cenno affermativo ma non disse parola.
- Noi crediamo - ricominci un dei due padrini del Laschi - che se il signor Gismondi fosse pronto a riconoscere d'avere meritato quello schiaffo, noi dal canto nostro potremmo garantire che il conte Laschi sar prontissimo a dichiarare che volontieri avrebbe fatto senza di darglielo. Che ne dice?
L'impertinenza di una tale proposta saltava agli occhi e parve tanto enorme anche all'Achille che senza volerlo di un piccolo sbalzo sulla sedia.
- Che ne dice? - ripet quell'altro molto serio.
- Io non credo che il signor Gismondi sia per accettare di riconoscere d'aver meritato lo schiaffo. Ma, se accettasse anche, io...per conto mio...dico la verit...desidererei che il conte Laschi si mostrasse pi generoso verso di lui...e...
- Come, come, come - insorsero a una voce i due padrini - forse che lei vorrebbe che il conte Laschi facesse delle scuse? Questo sarebbe un offenderci noi stessi solo al pensarlo.
A questo momento il giovine si trov sopraffatto davvero.
- Non dico....Non ho parlato di scuse....Li prego a non interpretare diversamente le mie idee... inutile riscaldarsi!
- Che cosa vorrebbe dunque lei? Che il conte dichiarasse anche soltanto il proprio rincrescimento? Non la si faccia sentire!
Una reazione subitanea avvenne d'un tratto nell'animo di Achille. La naturale rettitudine, l'aborrimento d'ogni ingiustizia piccola o grossa che fosse, parlando alto nel suo cuore gli diedero un insolito coraggio. Cap per la prima volta in sua vita d'essere un uomo serio, e, come al padre Cristoforo, si sent subito venire sulle labbra pi parole del bisogno. Ma ricordandosi che Gismondi gli aveva raccomandato di non entrare in discussioni disse con insolita risolutezza.
- Allora dunque a noi due non resta che di esaurire il nostro mandato.
- Vale a dire?
- Lasciar a loro la scelta delle armi.
- Quand' cos - disse il pittore - noi scegliamo la pistola rigata a cinque passi, e libert di tirare finch uno dei due sia morto.
A questa sparata inverosimile Achille sent un frizzo di gelo per le vene.
Ma ebbe la presenza di spirito di rispondere.
- La scusi; questo non sarebbe un duello, sarebbe un assassinio.
- Come! - sclam il pittore - ella mi d dunque dell'assassino?
L'altro tratteneva a stento il riso.
Il compagno di Achille continuava il suo esercizio coi due pollici delle mani intrecciate.
- Io vedo - rispose Achille con una dignit perfetta - che se continuiamo cos, invece di accomodare in qualche modo la vertenza altrui, ne apriremo una per nostro conto.
- Lei deve sapere che non  mai assassinio un duello, quando  presenziato da quattro persone d'onore come siamo noi.
- Sia pure! Ma io non accetter mai di trovarmi in una simile posizione.
- Bene, bene - salt su l'altro padrino del Laschi, che non parlava da qualche tempo - Lei sa che un buon processo verbale con una nostra dichiarazione pu mettere al coperto l'onore di tutti quanti. Se lei non accetta la pistola a cinque passi noi faremo una buona dichiarazione la firmeremo e tutto sar finito.
- E come sarebbe questa dichiarazione?
- Pressapoco cos. Noi sottoscritti dichiariamo che la vertenza d'onore fra il signor Gismondi e il conte Antonio Laschi  terminata per desiderio del primo con piena soddisfazione del secondo.
Era troppo!
Achille si alz. Egli non sospett ancora che tutto ci non fosse che una crudele burletta per tentare di tirarlo nella rete del pi atroce ridicolo; ma consigliato dal buon senso e da una certa indignazione suscitatagli dalla manifesta prepotenza di quella proposta disse non senza la solita titubanza:
- Vedo che  impossibile andar intesi.
Assolutamente non c'era verso di fargli mettere piede in fallo.
Allora il padrino del Laschi tent il mezzo eroico.
- Insomma, disse, si vede che il signor Gismondi non ha voglia di battersi, e se  cos che lo dicano subito, che risparmieremo il tempo.
- Io non potrei dir loro questa cosa - rispose Achille - perch invece il signor Gismondi mi incaric di accettare dalle signorie loro tutte le proposte che loro fossero per fare circa il combattimento. Ma io per conto mio ripeto che non posso farmi all'idea d'un duello a pistola rigata a cinque passi di distanza e non saprei dir altro.
- Dunque lei si ritira?
- Domando di poter riparlare col signor Gismondi, - rispose Achille.
- Allora quando ci rivediamo?
- Quando loro accomoda dopo le quattro.
- Questa sera dunque.
- Questa sera dove?
- In questa stessa camera se le piace.
- Benissimo. Alle otto precise di questa sera noi torneremo con nuove istruzioni.
Cos detto ciascuno prese il cappello e uscirono tutti e quattro.
...
.
...
CAPITOLO 9. DALLA PADELLA NELLE BRAGIE.
...
.
...
- Non  dunque poi vero - pensava Achille avviandosi pel corritojo dell'albergo verso la scala - non  poi vero che io sia cos debole come credevo io stesso? Come mai mi venne oggi tanta fermezza?  un fatto che sono le circostanze quelle che formano l'uomo. Ah se mio padre non mi avesse tenuto tanto stretto e fuori del mondo fino a 21 anni, come mi pare che sarei stato tutt'altro uomo da un pezzo!
Il fatto  che egli era contento di s. Sentiva d'aver fatto bene le sue prime armi. Pensava gi di farsi onore colla Gina.
- Oh caro signor Tiramolli - sclam dietro le sue spalle una voce che gli tronc di botto il filo delle sue meditazioni.
Si volse e vide il suo sarto che era sbucato da un uscio di fianco e che gli disse tutto gentile e sorridente:
- Io venivo appunto in cerca di lei.
- Di me? - sclam Achille, e si ferm sul pianerottolo della scala.
I due padrini del Laschi e il compagno di Achille proseguirono la discesa e scomparvero.
- Di lei - ripet il sarto - cos mi fa risparmiare una strada inutile, del che le sar molto grato, perch ho gran fretta.
- Ma come ha fatto lei a sapere che io mi trovavo qui?
- L'ho saputo dal suo amico Gismondi, che ho trovato sar un quarto d'ora in questi dintorni.
- Difatti mi ha accompagnato qui. Ma in che cosa potrei dunque esserle utile?
- Io le ho fatto una bella improvvisata. Se non le dispiace scendiamo gi nel salottino.
- Un' improvvisata di che genere?
- Avrei potuto venir a casa sua; ma, giacch sapevo di trovarla qui, sono venuto qui, perch ho pensato che a casa sua  meglio non mi faccia veder troppo da sua madre e da suo padre, che sono un poco burberi con me, perch dicono che io tiro a farle spendere troppi quattrini.
- Ebbene?
Erano giunti nel salotto.
- L'altro giorno si ricorda che io l'ho incontrata lei in via degli Andegari?
- Sar benissimo.
- Allora ho veduto che lei portava questo abito, che le fa una meschinissima figura.
- Davvero? - sclam Achille ridendo - Ma se me lo ha fatto lei!
- Che vuole! Non tutte le ciambelle riescono col buco, direbbero a Firenze. E poi si sa bene, la moda cambia da un giorno all'altro, e quello che va bene in giugno non va pi bene in settembre. Allora ne sentii un gran rimorso...un vero rimorso...un terribile rimorso.
- Eh diamine, per cos poco?
- No, no, la mi lasci dire. Io quando vedo indosso ad una mia pratica un vestito come questo, arrabbio come un dannato e mi sogno perfino la notte. Perch poi ne va del mio interesse, della mia riputazione. Si sa bene. Lei trova un amico che le domanda: chi  quell'assassino di un sarto che ti ha messo indosso questa sgoma? Lei mi capisce. Si perde la stima.
Achille non poteva proprio capire dove diamine il sarto volesse andar a finire.
- Dunque - ripigli questi - vedendolo cos male in arnese ho detto fra me e me: ci non va bene; non sar mai vero che un giovine di quella fatta, cos bello...cos...
- Oh prego, prego...!
- No no me lo lasci dire, perch io poi mi vanto di essere un artista e me ne intendo...Un bel giovine di quella fatta non deve andare intorno mal vestito; e allora sono corso subito in sartoria e le ho tagliato fuori un abito nuovo fiammante che  un capolavoro.
- Eppure io mi ci trovo bene in questo - osserv l'Achille.
- Vedr che bijou, che faon! Proprio ultimo figurino di Parigi.
- Sar benissimo, ma io le giuro che non vedevo questa neces....
Il sarto non gli lasci terminare la parola. Gli cav di dosso l'abito che vestiva e gli infil quell'altro che aveva levato dal panno.
Tutta questa premura l'Achille non la capiva, ma gli tocc di subirla. Il sarto era tanto convinto di ci che diceva e gli aveva mostrata una preoccupazione cos sincera di perdere la propria reputazione, se lui si fosse rifiutato a esaudirlo, che il giovine generoso si trov disarmato.
- Vede che chic  questo. Ah, questo s che mi far un onore immortale.
Cos dicendo gli assettava al petto e sui fianchi quel goffo, stringato, impossibile vestito poi si ritraeva indietro a guardarlo con una specie di ammirazione e ne lodava il taglio, la curva, le cuciture, la fodera, e piegava il capo ora a destra ora a sinistra per gustarlo in tutti gli aspetti, mentre senza farsi scorgere andava vuotando in fretta le tasche del twine, che l'Achille aveva lasciato, e deponeva sul tavolino il fazzoletto, il portamonete ed i guanti che vi aveva trovati.
- Che bellezza! - sclam finalmente - Pare dipinto addosso.
- Mi pare fin troppo dipinto! - sclam Achille che si sentiva stringere da ogni parte.
- No, no, la scusi, le va proprio a pennello.
E intanto rinfagottava il twine vecchio.
- Andr forse a pennello di fuori ma le confesso che di dentro io ci sto molto a disagio.
- Non importa, non importa - grid il sarto -  la moda.
- Le maniche sono troppo corte.
-  la moda,  la moda - ripet il signor Sperindio - Si usano cos per lasciar vedere i polsini bianchi colle jumelles d'oro liscio.
- Mi stringe qui sotto le ascelle.
- Inezie, inezie! - sentenzi il sarto - col portarlo un pajo di giorni la stoffa che  molto elastica si allenta e non fa pi le pieghe. Nel caso poi si rimedia subito. Ma ora non potrei perch ho molta fretta. Servo suo, servo suo.
- No, no, che cosa fa?...signor Sperindio, signor Sperindio.
Ma l'altro facendo orecchio da mercante era sparito portando seco l'abito smesso e correva gi per la via che pareva inseguito dai carabinieri.
Il giovine si trov col suo abito stretto nelle spalle, con un bavero spropositato e colle maniche troppo corte che a dirla in milanese, faceva una vera figura da cioccolattajo.
Egli per non poteva accorgersene, perch il sarto lo aveva condotto in un salottino senza specchi. Che fare ormai? Lungi dall'imaginarsi la triste figura che faceva, Achille si rassegn sperando nella stoffa molto elastica. Gli tocc fare di necessit virt, accontentandosi di maledire alla moda del giorno, che aveva inventato un abito cos impiccato, e al signor Sperindio a cui era saltata quella stramba idea di farglielo indossare.
E stava per rimettersi il cappello e andarsene, in cerca di Gismondi, quando i battenti di un uscio di fianco si schiusero e comparve la principessa Downiatoswska, che dava il braccio al conte Antonio Laschi.
...
.
...
CAPITOLO 10. L'ANONIMA.
...
.
...
La mattina istessa di quel giorno la Gina riceveva per la posta questa lettera:
"Signora Gina,
"Un amico che le vuol bene le fa sapere che il signor Achille, suo amante, che abita in Via tale al numero tale  promesso sposo di una gran dama milionaria, che  arrivata in questo istante per sposarlo e che sta alloggiata all'albergo Manin. In prova di ci che le scriviamo le uniamo la lettera che la detta principessa scriveva giorni sono dalla sua villa all'adorato Achille.
"P. S."
Il primo moto dell'animo della fanciulla fu di non credere. La lettera della principessa la colp fieramente, ma non la riconvinse del tradimento del suo Achille.
- Questo  un tranello, disse fra s. -  impossibile!
Nondimeno, come salvarsi dall'atroce dubbio? Perch le avrebbero fatto tanto male se qualche cosa di vero non ci fosse? Ella credeva di non avere nemici. Ella aveva la coscienza pura. Sapeva di non aver mai offeso persona al mondo.
Ma forse una rivale? Una donna innamorata del suo Achille? Qual  la donna che non lo adorerebbe?
Forse questa principessa esiste...e per tentar di farmi morire mi ha avvisata....?
Ma no!
Se la rivale fosse stata questa Catinka l'anonima non avrebbe potuto venire da lei. Che interesse poteva avere quella donna ad avvisarla cos?
Ma da chi dunque?
- Sono pur scema - disse poi - a farmi tante domande inutili. Fra poco vedr l'Achille e tutto sar spiegato.
Essa fu l l per correre subito all'albergo Manin per vedere se questa signora principessa ci stesse davvero. Ma poi prefer aspettare il suo amante a cui avrebbe mostrato ogni cosa.
- E se fosse vero? - pens finalmente la Gina impallidendo a un tratto pel sangue che le era rifluito interamente al cuore. - Se fosse vero!...
...
Come abbiam veduto, quella mattina per quanto la fanciulla aspettasse il suo Achille facendo e rifacendo la strada dalla casa alla scuola della sua modista lui non si lasci vedere.
Che cosa si passasse nell'animo di lei  facile imaginarselo. A poco a poco i pensieri sinistri e indistinti come un presentimento di sciagura la invadevano; poi ritornava alla speranza e alla calma.
- Eppure  la prima volta dacch gli parlo ch'egli mi manca! - sclam dopo i primi dieci minuti di aspettazione.
E mille pensieri, che nascevano in folla nella sua testolina bella, correvano e turbinavano in quell'anima in pena, come nuvole grigie portate dalla bufera, la quale non  forse altro che uno scoppio di gelosia della gran madre natura.
Aspettare! Un proverbio piuttosto volgare ma verissimo ha scolpito in due versi, che terminano colla parola morire, l'agonia di chi aspetta in amore, ancorch le flagellazioni della gelosia non siano presenti a rendere ancora pi atroce il tormento. Imaginatevi lo stato della povera Gina, che aspettando era anche gelosa; per la prima volta di sua vita, gelosa.
Dopo una mezz'ora d'inutile attesa, ella si decise di andare all'albergo Manin.
...
- Achille! - sclam la principessa Downiatowska che entrando nel salotto vide il giovine, e lasci andare il braccio del conte Laschi. - Oh il mio Achille; vieni, vieni, nella mia camera; ho bisogno di parlarti.
Il nostro eroe era tanto lontano dall'aspettarsi quell'apparizione, che rest confuso, senza rispondere parola, senza far atto d'assentimento.
Il conte Laschi s'era fermato sulla soglia dell'uscio, con un inenarrabile sorriso di trionfo negli occhi e negli angoli della bocca.
Se non che egli dovette accorgersi subito, che la principessa non aveva riportato nessunissima impressione ridicola, dall'aspetto assolutamente buffo del giovane adorato in quel suo abitino dalle maniche troppo corte o dal bavero troppo alto. La gherminella non aveva attecchito.
- Vieni, vieni - ripet la principessa. - Io bruciavo di vederti. C' stato un bello spirito, che ha sperato di farti diventar ridicolo a' miei occhi con un povero mezzo da farsa...; ma ci vuol altro per distruggere ci che io provo per te!...
E cos dicendo, con una fierezza altera e davvero principesca, la gran dama era andata fissando nel bianco degli occhi il conte Laschi, il quale dovette capire d'essere stato scoperto, e d'essere ormai di troppo in quel luogo.
Allora, facendo una piccola giravolta sui tacchi, stim bene di lasciar soli i due amanti e si ritrasse, col suo fiasco in tasca.
La principessa e il giovine si trovarono soli.
Ella, colle dita delle mani intrecciate e cadenti sul grembo, rest a guardar in viso il giovine adorato con una profonda e sincera mestizia nello sguardo. Se non avesse temuto di essere sorpresa, in quel luogo aperto, gli sarebbe indubbiamente saltata al collo a divorarlo di baci. Le narici del suo nasino aristocratico palpitavano di emozione e di desiderio. L'accoglienza glaciale del giovine, ch'ella desiderava cos furiosamente, e il di lui imbarazzo istesso, mentre le imponevano quel silenzio e quella immobilit, centuplicavano nel suo interno la smania amorosa.
- Cattivo! - disse finalmente a voce spenta. - Perch non mi hai risposto alla mia lettera?
- Signora...- disse Achille, risoluto in quell'istante a dirle il fatto suo...
Ma la principessa lo interruppe tosto:
- No, ti scongiuro, Achille, non chiamarmi cos. Se vorrai dirmi, che non mi ami, me lo dirai; ma non qui. Vieni.  necessario che io ti parli...
E datogli il braccio si mosse per uscire e schiuse ella stessa le imposte a vetri dell'uscio d'uscita.
- C' un signore che domanda del signor Achille Tiramolli - disse un cameriere che veniva loro incontro, sulla soglia.
- Achille Tiramolli, sono io! - rispose il giovine abbandonando con quel pretesto il braccio della principessa e dando un passo innanzi.
Allora s'intese un'alta esclamazione di sorpresa, poi uno scoppio di riso, seguito da un tonfo come d'un corpo che cade a terra.
Achille si volse d'onde erano partiti quei rumori e, alla sua volta, mand un grido vivissimo.
Egli aveva veduta la povera Gina, a terra svenuta, mentre dal fondo del corritojo s'avanzava duro ed arcigno il cavaliere Tiramolli suo padre, e mentre il conte Laschi, nascosto per met dietro un uscio, ghignava saporitamente di tutto quell'imbroglio.
...
La situazione non poteva essere pi imbarazzante e pi drammatica per lui. In mezzo a due donne gelose, dinanzi a un padre severo, e fatto segno allo scherno d'un cialtrone, ch'egli odiava e che gli rideva in muso.
Nondimeno, in quel momento, Achille non vide che una cosa sola, non prov che un solo sentimento, quello della piet e dell'amore per la sua Gina. Egli la sollev in silenzio e coll'aiuto di un cameriere la trasport sopra un sof nella camera pi vicina, in mezzo allo stupore di tutti.
N il padre n la principessa osarono dir parola.
Questa per li segu. Achille la preg di uscire, ma, al suo rifiuto, comprese che sarebbe stato inutile rinnovare la preghiera e desistette perch non ne nascesse un nuovo scandalo.
Ella si sedette in disparte, non osando rimproverare il giovine, ch'essa vedeva curvato sul corpo della svenuta in uno stato di desolazione inenarrabile.
Il signor Gaetano si era fermato sulla soglia colle braccia incrociate sul petto, e rispettava a malincuore l'angoscia sincera di suo figlio, che stava intorno a soccorrere la Gina.
Che la fanciulla fosse la prediletta di Achille non c'era pi dubbio per la principessa. Lo capiva dallo strazio dipinto sul volto di lui, e da certe esclamazioni piene di rimorso, che gli erano sfuggite dalle labbra, quando l'aveva veduta a terra svenuta.
La Gina aperse gli occhi, li fiss come smemorati in quelli di Achille, che stava presso di lei a guardarla in un ansioso silenzio; squadr il giovine, e portando le due mani alla testa, scoppi in una nuova e sonora risata.
- Gina, mia buona Gina, non far cos...tu mi spezzi il cuore. Sono il tuo Achille - le diceva il giovine stringendo nelle proprie le mani roventi di lei.
La fanciulla si rizz a sedere sul letto, lo guard fissa un istante, poi disse:
- Scostatevi signore. Voi non siete pi mio.
- No, non dir cos. Fu una combinazione fatale! Non ne ho colpa. Ti giuro che io non amo che te sola...Non credere alle apparenze...Oh Gina, Gina...
Questa, senza dir altro mise una mano nella tasca della gonna, e ne cav una lettera che porse ad Achille.
Prima ancora di gettarvi lo sguardo egli s'accorse essere quella la lettera della principessa, che gli era volata fuori della finestra pochi giorni prima.
- Oh la maledizione! - esclam - Fosti tu dunque che la raccolse?
- Insomma finiamola! - s'intese a questo punto la voce del signor Gaetano, che dato un passo innanzi prese suo figlio per un braccio...
- Pap ti scongiuro! - disse Achille.
E non ebbe bisogno di dir altro. Suo padre dalla voce, dal pallore, dallo sguardo di suo figlio comprese che quello non era il momento di usare della propria autorit. Ebbe paura. Gli lasci il braccio libero.
- Mi prometti almeno di venir a casa a pranzo? - disse sommesso.
- S te lo prometto, ma ora lasciami. Va.
- Basta cos; guai a te se mi manchi - replic per non perdere del tutto la supremazia.
Poi voltosi alla principessa:
- Signora - le disse - se la permette avrei a dire a lei due parole. Favorisca.
Catinka si lev, e senza far motto usc col signor Gaetano come donna istupidita.
- Dimmi Gina - ripigli il povero Achille, parlando alla sua fanciulla - chi ti ha dato questa lettera?
La Gina non rispose. Ella rideva e piangeva insieme come pazza, presa da una convulsione nervosa indescrivibile.
Torn a frugarsi in tasca, ne trasse un altro foglio, e, con un sorriso di indicibile disprezzo, lo porse ad Achille.
Era l'anonima della signora Giovannina.
Allora la fanciulla si alz in piedi e disse con una certa calma:
- Mi basta di avere saputa la verit e di avere scoperto chi  lei. Torni, torni dalla sua principessa, signor Tiramolli...Dio, che sgoma!
E fece per uscire con una nuova e pi strana risata.
Achille la trattenne ancora.
- Ma che cosa potrebbe dirmi lei di pi? - domand la Gina schermendosi da lui. - Non la mi tocchi! Il passato  morto per me, per noi due. Il mio Achille non c' pi.  sparito. Lei  un altro. Io non so chi sia lei. La si guardi almeno una volta nello specchio, signor Tiramolli!
Achille alz gli occhi nella direzione additatagli dalla Gina e si vide in uno specchio. Non disse parola. Si lanci fuori del salotto, si tolse l'abito sciagurato di dosso, chiam un cameriere, gli mise in mano un biglietto da cinque lire, e gli comand di volare nel primo magazzino di abiti fatti, che avesse trovato, a ordinare che portassero all'albergo degli indumenti, per un uomo di giusta statura...da scegliere, ma subito...ch'egli li avrebbe aspettati in manica di camicia...ma senza por tempo in mezzo...
Il fattorino lo credette un po' tocco nel nominepatris; ma per amor del cinque franchi, part a volo.
Achille torn presso la Gina, che si era messa prona colla testa sul cuscino del sof, e che piangeva dirottamente.
A quel punto il giovine sent quasi vergogna di avvicinarsele. Le idee pi contradditorie si combattevano, si urtavano nel suo animo; ma su tutte dominava il rimorso di non essere stato leale colla creatura che egli amava tanto e che ora tremava d'aver perduta per sempre. Egli le aveva sempre taciuto il suo cognome ridicolo, che era pure il cognome della sua famiglia, quello di suo padre e di sua madre; e a questo pensiero sent d'essere obbrobrioso in faccia a s stesso. Dell'averle nascosto le smanie della principessa non sapeva farsi un delitto in quel momento, perch sentiva di averne la coscienza netta, quantunque la lettera fatale lo accusasse e non a torto d'un vero tradimento. Ma egli sentiva di amare cos sinceramente la sua Gina! Quell'errore senza conseguenze, quel corno per dirla chiara, gli appariva, nella mente sconvolta, come perdonabile. Ci che in quel momento lo riempiva di confusione e di rabbia era d'essersi lasciato vedere dalla Gina in quell'abbigliamento cos ridicolo!
In maniche di camicia per egli era tornato il bell'Achille di prima!
..
La Gina si trovava in quello stato dell'animo, che si pu paragonare al primo minuto di un corpo ferito mortalmente, che non s'accorge ancora di esserlo e non sente dolore. Una confusione strana di sensazioni, di pensieri, di affetti nuovissimi non le lasciavano discernere la propria situazione morale. Non raccappezzava nulla di distinto; le pareva di far un brutto sogno. Essa piangeva e non sapeva bene il perch piangesse. Sentiva che il suo amore era stato spezzato d'un colpo; che l'incanto del suo cuore era scomparso; che la grande illusione della sua esistenza era svanita irremissibilmente e che le sarebbe stato impossibile di riafferrarla; ma tutto ci come in nube, come in delirio. Un velo le si era squarciato dinanzi e le aveva mostrato l'uomo, prima tanto amato, come il pi ridicolo e il pi disamabile degli esseri umani. Perfino la bellezza fisica del giovine, ch'ella aveva tanto ammirata fino allora, le diventava uggiosa. Non provava nemmeno pi gelosia per la principessa. Ormai l'avrebbe veduta nelle braccia di lui, con indifferenza.
- M'ha tradita per quella vecchia! - pensava - Pouah!
Achille tent di farla parlare ancora; ma essa non gli rispose che con dei monosillabi, pieni di dignit, accennando sempre di volersene andare, e trattenuta sempre dalle lagrime e dalle preghiere del giovine, che le domandava perdono e piet; finch il fattorino entr ad avvisarlo essere venuto cogli abiti il mercante che egli era andato a chiamare.
- Te ne scongiuro, attendimi un istante! Ti accompagner a casa io stesso - le disse. E usc fuori.
La Gina si mise a passeggiar nella camera sclamando di tempo in tempo:
- Tiramolli! Tiramolli! Per una vecchia! Dio mio! Dio mio! Che ne sar di me?...E mentirmi anche il nome! Infame! Infame!
...
Quando l'Achille si present di nuovo a lei, ella non disse altro che:
- Io vado.  ormai tempo! Qui non ho pi nulla a fare io.
E s'avvi.
Egli le tenne dietro. Uscirono e si misero a camminare a paro. Essa pareva calma, ma di quando in quando scoppiava in una risata strana, di cattivo augurio.
E fu allora, che, chi scrive la presente storia, li vide venir in gi per strada Manin, mentre stava aspettando un amico sulla soglia d'una porta di quella via.
A me que' due innamorati erano parsi felici! Essi erano entrati nel brougham ed erano scomparsi.
...
.
...
CAPITOLO 11. CATASTROFE.
...
.
...
 l'ora della benedizione.
La signora Giovannina, la quale non sapeva nulla dell'effetto prodotto dalle sue anonime, di cui una spedita alla Gina colla lettera autentica della principessa, l'altra al padre con una copia precisa, era andata aggirandosi intorno alla casa dove aveva saputo che dimorava la fanciulla amante del signor Achille, nella speranza di vederla, di scoprir qualche cosa e di godere del proprio operato.
Passando dinanzi alla porta della parrocchia e sentendo la campana dar un tocco per chiamar i fedeli, non pot trattenersi dall'entrare nel tempio.
L'altare era fiammeggiante di candele accese. La chiesa non era ancora piena, ma i fedeli arrivavano in folla. Ciascuno veniva, prima che la sacra funzione fosse cominciata, forse nella speranza di accappararsi per s l'attenzione del buon Dio, prima ch'ella si distraesse un po' per ciascuno in cos gran numero di supplicanti.
Colle teste piegate, gli occhi bassi, le labbra in moto, le donnette scivolavano zitte ne' banchi e si pigiavano in lunghe fila aspettando la uscita del sacerdote.
Finita la cerimonia, i canti, gli incensi, l'illuminazione, la signora Giovannina stava per levarsi e andar a casa, quando ud tre rintocchi di agonia.
- Facciamo anche questa opera buona - pens e s'avvi in sacristia.
- Chi  che sta tirando le calze? - domand allo scaccino, ch'essa conosceva come amico del fratello seggiolajo.
- Ma non so bene, chi sia. So che deve essere una povera creatura, che s' gettata gi dal terzo piano e che non  ancora morta del tutto.
- Ah non  dunque una polpetta? - fece ridendo la signora Giovannina.
- Ma che polpetta! - sclam sottovoce il sacrestano - Ormai le polpette diventano sempre pi rare. Le mangia tutte il Municipio.
Chi non intendesse il significato di quella parola caratteristica del gergo delle sacristie milanesi, sappia che polpetta significa sontuoso funerale, nello stesso senso che i Francesi usano un bon chapon.
Intanto il prete, che doveva portar il Signore alla moribonda, giungeva trafelato e si travestiva borbottando balogio, le sue preghiere. Quando tutto fu in ordine, distribuite le torcie colla tazza alle devote, cavato fuori il baldacchino rotondo, e messo in mano al prete il sacro vaso colla particola, la comitiva si avvi fuori di chiesa.
Lo scaccino dinanzi, col suo soprabito rosso, condotto dalla guida, squassava di quando in quando il campanellotto, che teneva pel manico, finch arrivato dinanzi ad una farmacia la guida fe' segno allo scaccino, che la moribonda era l dentro.
La comitiva sacra e profana vi entr.
In mezzo alla bottega c'era un crocchio di gente intorno a chi stava esalando l'ultimo anelito.
Il chirurgo, che s'era trovato l, cercava di trattenere in quel corpo ferito a morte, la vita che fuggiva, almeno finch fosse arrivata la portantina dell'Ospedale, che gli avrebbe fatta cessare la responsibilit.
All'arrivo del prete il crocchio si aperse e la signora Giovannina sotto il chiarore d'un becco di gaz acceso, pot vedere distintamente chi fosse la povera creatura, che stava per andarsene da questa vita.
Un debole rantolo le usciva dalla gola leggermente squarciata. Aveva la bocca sanguinosa, la testa spezzata e deforme.
Ma la bigotta la ravvis. Era la Gina, la figlia innocente della odiata signora Cleofe, la fanciulla a cui aveva mandata il giorno prima l'anonima e la lettera accusatrice.
...
Tutti quelli che hanno scritti dei trattati sul suicidio l'hanno considerato dal lato morale e metafisico, ma raramente dal lato fisiologico.
Il fenomeno in passato era piuttosto raro. Da qualche tempo esso si ripete con una spaventosa frequenza.
Perch?
Nessuno s' ancora attentato di dirlo.
La recrudescenza di questo male, infatti,  cosa tanto recente, che si capisce come i filosofi non ci abbiano ancora scoperta una ragione fondata sulla esperienza e sullo studio.
N io avr questa pretesa! Troppo gravi e troppo complesse mi pajono le cause sociali di questo nuovo imperversare del disgusto della vita, perch io mi attenti di farne qui argomento d'una digressione.
Baster ai lettori di conoscere quale sia stato il processo morale nell'animo della povera Gina e come la logica inesorabile del suo sentimento, dovesse fatalmente condurla a quella fine disperata.
Se la Gina non fosse gi stata tradita una volta da un uomo, che essa non aveva amato passionatamente, ma che dopo averla sedotta l'aveva ferita nel pi profondo dell'animo col suo vigliacco abbandono, forse, dalla infedelt dell'Achille, non avrebbe riportata una impressione cos terribilmente funesta. La parte ridicola avrebbe eliminata la sentimentale.
Ella aveva capito perfettamente che l'Achille l'amava ancora con tutte le forze della sua passione; che quella caduta colla principessa non doveva essere stato che un puro accidente dovuto alla debolezza del giovine inesperto; che se avesse voluto, l'Achille sarebbe stato ancora suo, tutto suo, tenero amante e marito.
Ma, come gi dissi, questa convinzione ormai, non aveva pi nessuna presa sul suo cuore, divenuto d'un colpo indifferentissimo pel giovane, poco prima tanto adorato. Essa tent lottare contro l'avversione prepotente, che la invadeva, ma cap tosto ch'essa era invincibile. L'impressione avuta all'albergo doveva essere incancellabile; lo sentiva con certezza. Il suo amore era stato ucciso dal ridicolo n c'era speranza che risorgesse dalle memorie del passato.
Ma collo sparire d'ogni sua illusione, colla certezza istintiva, che la sola, la cara speranza della sua vita era morta per sempre, la misera fanciulla si sent invadere da una tetra disperazione.
Il momento critico, in cui una creatura, vincendo l'istinto della propria conservazione, si decide a togliersi la vita e ha il coraggio di dar compimento al suicidio, sar sempre un gran mistero!
Prima di decidersi a finirla la Gina si sedette freddamente al suo tavolino e lasci scritte queste due lettere una alla sua maestra, l'altra a nessuno, come uno sfogo del cuore.
Cara signora X....
Quando le porteranno questa mia lettera io sar morta. Mi dispiace per lei che mi voleva bene, e che me ne ha fatto tanto. Io vado a pregare per lei, se  vero che nel mondo di l si potr pregare per quelli che restano. Io le domando scusa se qualche volta avr mancato e le avr dato dei dispiaceri. Sono assolutamente stanca della vita, che non mi presenta pi nessunissima speranza di bene e che sarebbe per me un tormento continuo. Non ho il coraggio di affrontare questo avvenire odioso. Io amavo con tutte le forze del mio cuore un giovine, che ora non amo pi, e che mi ha mancato di fede. Capisco che non potrei innamorarmi pi di nessun altro uomo per tutta la vita e che sono diventata un essere inutile a questo mondo. A che scopo fermarmi qui? La mia morte non dannegger nessuno. Ella trover una giovine migliore di me, ne sono certa. Addio mia buona seconda mamma. La preghi il Signore che mi riceva con s.
GINA.
L'altro scritto sul quale si vedevano le traccie di molte lagrime cadutevi, mentre ella scriveva, era cos concepito.
"Non avevo quasi potuto piangere finora. Finalmente  venuto un po' di sfogo. Ora ci vedo pi chiaro nel mio cuore. Ora posso scrivere e tentare di sollevarmi l'anima in questo orribile vuoto, in cui  piombata, in questo spaventoso deserto di speranze, di illusioni, di desiderj, che s' formato intorno a me da due ore a questa parte.
"Ed ero cos felice! Ora mi sento agghiacciare tutte le vene pensando a ci che mi accadde. Ero cos felice! Un'impressione, una inezia, se ci ripenso, una stupidit ha tutto distrutto. Lo sento. Non c' speranza che mi ritorni il mio amore di prima. Io non ho colpa. Non sono io che ha desiderato questo vuoto strano, che si  formato nel mio interno. Oh io sarei tanto felice di poterlo amare ancora come prima il mio Achille! La memoria io non l'ho perduta; non l'ho perduta come non si perde la memoria dei giorni beati che si passarono coll'uomo che ci fu rapito dalla morte. Ma se non altro questa  inesorabile, e pensiamo che non c' forza umana che la possa scongiurare se l'ora fatale  suonata. Ma invece egli non  morto. Egli  vivo ed io non l'amo pi; e quasi m' di peso ormai ricordare i giorni tanto felici passati con lui.
"Ma no. Se c' speranza ch'io mandi via la brutta idea che mi assedia, e che capisco pur troppo finir col conquistarmi,  soltanto col ripensare al passato.
"Come lo amavo! Come la sua voce mi scendeva dolce nel cuore! Com'essa mi rimescolava tutta da cima a fondo! La mia anima si sospendeva tutta intera alle sue labbra. E che trasalimenti nelle mie vene quando lo intendevo venire, nelle ore che ci vedevamo e che stavamo da soli in questa camera ora per sempre deserta e muta! Lo sentivo venir su dalla scala; conoscevo il suo passo, e dicevo:  lui! e l'ago mi tremava nelle dita.
"E sul lago que' due giorni? Oh Dio, Dio, perch hai permesso ch'egli mi nascondesse il suo vero nome? Perch hai permesso ch'io lo sorprendessi vestito in quell'orribile maniera? Perch mi hai mandato il castigo di quella lettera anonima, che ha distrutto in un soffio la mia felicit, il mio avvenire, la mia vita? Come potrei riceverlo ancora senza . . . . . . . . . . ...
La lettera era troncata a questo punto. La disperazione aveva presa la fanciulla, che aveva mandato a fine il disperato proposito.
...
Achille l'aveva accompagnata a casa nel brougham, e non era stato capace di cavarle una parola di perdono. Essa lo aveva lasciato dire, lo aveva lasciato pregare, piangere, disperarsi, senza dirgli una frase che lo rincorasse un poco, che gli lasciasse una speranza.
- Ascolta Gina. Per darti la pi gran prova che io ti amo sempre, che non adoro che te sola, che tu sei la mia sola consolazione della vita, io ti faccio, prima di lasciarti ora per andar da mio padre, una promessa solenne. Se tu vuoi io domani comincier le pratiche per farti mia. Vuoi tu?
- Ne riparleremo - disse Gina senza guardargli in viso.
Achille era partito di l colla disperazione nell'anima. Err un pajo d'ore per Milano, non osando presentarsi a suo padre prima d'avere stabilito fermamente tutto ci che doveva dirgli. La sua passione lo rendeva risoluto a tutto.
La scena ch'egli ebbe con lui, e con sua madre, maravigliati di trovarlo cos mutato, sarebbe degna d'essere descritta se ormai essa non fosse superflua.
Suo padre, per distorlo dall'amore della Gina, ebbe il coraggio di proporgli piuttosto il matrimonio colla principessa.  inutile dire che egli rifiut recisamente. Con una di quelle reazioni violente, che sono tanto naturali nelle anime delicate, quando la passione le invade, e sono portate dalla stessa debolezza, all'estremo opposto, quel giorno Achille si mostr verso suo padre e sua madre fermissimo nell'idea di voler sposare la Gina. Il pranzo fu tempestoso. Appena pot si lev e senza dir motto usc e vol verso la casa di Gina.
Il povero giovine portava alla sua amante il lauro della vittoria riportata, con una fermezza, di cui non si sarebbe mai creduto capace, contro i suoi genitori. Egli si sentiva ormai forte e fuori d'ogni pericolo di esitazione. Il fatto suo nessuno glie l'avrebbe potuto togliere. Suo padre e sua madre avevano pi interesse a tenerlo buono lui, che egli loro. Sicuro come si teneva, di poter impietosire la Gina, egli volava a lei col cuore pieno di speranza. Si sentiva finalmente guarito di quella timidezza morbosa, che gli aveva procacciati gi tanti dispiaceri, e gli pareva d'aver rotto un incantesimo avverso.
Giunse in vista della casa di Gina e vide da lontano sulla porta un crocchio di donne e di fanciulle, che parlavano fra loro vivamente, e senza indovinarne n sospettarne il perch si sent stringere il cuore. Un presentimento funesto gli diede un tuffo violento nel sangue. Invece di affrettare il passo si arrest sgomentato. Poi si avvicin lentamente a quel gruppo e stette a udire. 
Una delle donne lo vide e f segno alle altre di tacere. Allora il presentimento si mut in quasi certezza e il misero giovine si sent mancare i ginocchi di sotto.
- Che cos' accaduto? - domand con voce spenta a una ragazzina che non lo conosceva e che si era staccata dal gruppo.
- La signora Ginetta  morta. Si butt gi dalla finestra - rispose la innocente. -  spirata or ora all'ospedale.
...
Il giorno dopo, come gi dissi, in un giornale si leggeva questo articoletto di cronaca:
"Suicidio. Una giovinetta per nome Gina M...per delusione d'amore si suicid jeri, verso le tre pomeridiane, gettandosi dalla finestra della propria camera nel sottoposto cortile.
Vuolsi che il giovine a cui ella aveva dato il proprio cuore un tal Achille T...M...sia un brutale manesco ubbriacone, che la batteva a sangue obbligandola a fare la traviata per soddisfare ai proprj vizj, fra cui il giuoco, l'ozio, la ubbriachezza e la dissolutezza.
"Noi teniamo questi particolari da troppo buona fonte per osare di metterli in dubbio."
Povero Achille!
Egli s' pigliato anche dell'ubbriacone e del manesco!
Ma il giornale teneva le sue informazioni da troppo buona fonte!
Se le avesse attinte da cattiva fonte forse avrebbe raccontato a suoi buoni lettori le cose giuste!
...
.
...
CONCLUSIONE.
...
.
...
Achille credette impazzire. Fu colpito da una di quelle frenesie di dolore, di cui  impossibile il rendere le crisi spaventose, e per qualche giorno i suoi genitori temerono seriamente per la sua ragione e per la sua vita.
Ma un sentimento nuovissimo, non mai provato fino allora, lo salv. Nel suo letto di dolore e di lagrime egli giur di scoprire e di punire quella persona misteriosa, che era stata la sola causa del suo disastro. Il sentimento della vendetta, giganteggi nel suo cuore e lo guar della malattia fisica.
Non appena fu uscito dal letto egli si diede a studiare i mezzi di giungere al suo scopo.
Ma come avrebbe potuto riuscirvi senza un bndolo in fuori delle due anonime che stavano in sue mani?
Come scoprir l'autore sul solo indizio d'una scrittura?
La storia delle ricerche fatte da lui sarebbe troppo lunga e discretamente nojosa. E quando cap che tutti i suoi tentativi non lo conducevano a nulla si rassegn anche lui come si rassegnano pur troppo tutti gli afflitti di questa terra.
E come accade pur sempre in questo complesso di assurdi e di contraddizioni, in cui viviamo, fu il caso, il caso solo, che lo condusse alla scoperta, alla quale tutte le sue ricerche non l'avevano condotto prima, e alla quale aveva gi rinunciato.
Chi trad sua sorella senza volerlo fu il seggiolajo, che una sera in un'osteria si lasci sfuggire qualche parola sulla causa del suicidio della bella fanciulla di Via Solferino.
Questa voce venne, come dissi, per caso, all'orecchio di Achille, che non pose tempo in mezzo e and dritto dal fratello della signora Giovannina e gli impose colle lettere anonime in mano, di dirgli la verit.
Questi un po' colle brusche e un po' colle buone gliela disse, aggiungendogli, che nel frattempo sua sorella era morta forse pel rimorso d'avere cagionata la rovina della povera fanciulla, senza tacergli per che il giorno prima essa aveva fatta una solenne spanciata di citrioli, che le avevano prodotta una potentissima indigestione.
Achille part di l come un uomo accasciato da una delusione, che per qualche giorno gli fa considerare il mondo come una burratinata insoffribile e vana.
Chi lo vuol trovare oggid vada al Cimitero Monumentale, dove egli si reca tutti i giorni dopo la Banca a portar fiori e a piangere sul cippo della povera Gina.
La principessa Downiatowska sulle prime tenne il broncio al conte; ma poi a poco a poco, passato il capriccio per l'Achille cominci a ridere con lui dell'avventura. Oggi ella ha sposato il Laschi.
...
.
...
3 Gennajo 1883. Cletto Arrighi.
...
.
...
FINE.